FRAMMENTI DI VITA - Il sito letterario di Gianluca Rasile
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.: LE OPERE LETTERARIE DI GIANLUCA RASILE :.

Bricolage (1999-?)

Trovo non poche difficoltà a scrivere le introduzioni delle mie opere, poiché non è sempre facile trovare lo "spunto" più adatto per cominciare un certo tipo discorso.
Questa ormai è la mia quinta volta e penso proprio di aver esaurito tutte le mie risorse in merito, tanto da affermare con certezza che potrebbe essere anche l'ultima che mi accingo a scrivere.
Ma no, sto scherzando!
Anche se molti non amano leggerla e, di conseguenza, tendono a saltarla velocemente, l'introduzione, in realtà, è fondamentale per la giusta "inquadratura" di un'opera, perché non ci anticipa soltanto i suoi contenuti, ma ci aiuta anche a comprenderne i significati.
Ognuno di noi, secondo la propria personalità, dà un significato diverso a ciò che legge, e non è detto che questo sia lo stesso dell'autore. D'altra parte non si può pretendere che le nostre idee siano uguali a quelle degli altri, così, in quest'ottica confusionaria, dove tutti sono liberi di pensare ciò che vogliono, l'introduzione gioca un ruolo molto importante: quello di tenere ben salde le idee dell'autore, cioè il significato che quest'ultimo ha voluto assegnare alla sua opera.
E poi, senza l'introduzione, come farebbe mia moglie a capire ciò che scrivo?
Non saprei. Ma di sicuro so che adesso ho messo in serio pericolo la mia pelle!
La dovrei smettere una volta per tutte di fare paragoni impropri, ma, d'altra parte, è l'unica cosa che so fare bene. Non è vero?
A proposito, non vi ho ancora parlato di questa mia opera.
Bricolage, questo è il titolo che ho scelto per la mia ultima "fatica" letteraria, non è altro che una raccolta di divertenti raccontini, che hanno il principale compito di evidenziare alcune componenti della nostra vita quotidiana.
Oh, scusatemi. Avete ragione. Il principale compito dei miei racconti non è soltanto quello di evidenziare alcune componenti della nostra vita quotidiana, ma anche quello di attirare la vostra attenzione su alcune componenti presenti nella nostra vita quotidiana.
Che dite? E' la stessa cosa? Fatemi rileggere.
Ma avete ragione!
Allora, il principale compito dei miei racconti è di...di...di...accidenti...non lo ricordo più!
Sapete cosa vi dico? Avete voglia di passare un paio d'ore in allegria? Sì?
Andatevene al cinema! E' diventata una spesa non indifferente? E allora cosa state aspettando? Leggete subito i miei racconti!

Gianluca Rasile


LA COLLEZIONE

Flip era un ragazzo di 27 anni. Lo so. Il suo nome forse sarebbe stato più adatto per il suo cane o, meglio ancora, per il suo coso. Sì, avete capito benissimo. Per quel coso che attendeva ancora il suo turno, appeso tristemente fra le sue gambe e usato soltanto nei momenti d'emergenza fisiologica, quando, affacciandosi speranzoso, davanti a lui trovava la solita, e maleodorante, tazza del water.
Flip non si era mai visto in compagnia di una donna. Di una vera donna, ben diversa da quella sua ingombrante e molliccia bambola gonfiabile, regalatagli per disperazione dalla madre il giorno del suo diciottesimo compleanno.
No. Non c'era rimedio, ma a lui questa cosa sembrava non pesargli. E poi cosa avrebbe potuto dire ad una donna che lo attendeva completamente nuda sul suo letto?
"Cara, questa sera ho il Flip attivo!"
E lei: "Sì, ma non dimenticarti di attivare la vibrazione..."
Roba da matti!
D'altra parte il suo unico hobby consisteva nel collezionare telefoni cellulari. Non poteva, quindi, avere un nome più appropriato. Flip. Come lo sportellino dei suoi telefonini (non oso pensare a quale sarebbe stato il suo hobby se si fosse chiamato Cesso).
Pensate a sua madre, poverina, che durante il periodo di gravidanza si grattava spesso il braccio sinistro desiderando una tazzina di caffè: era curiosa di sapere se il piccolo avrebbe avuto quella graziosa voglia sul braccino. Per poco non ci rimase secca quando vide che aveva il marchio Motorola tatuato sulla spalla! Incredibile! Neanche fosse stato clonato dagli ingegneri della nota casa produttrice di cellulari!
Eh sì, persino da neonato mostrava un sostanziale interesse per questo campo. Come si dice? Il buongiorno si vede dal mattino!
Nella sua collezione prendevano posto i più svariati modelli presenti in commercio: piccoli, grandi, microscopici (si applicavano sull'unghia del dito medio, l'unico problema era capire se la persona davanti a noi stava semplicemente telefonando o se voleva mandarci a quel paese), rotondi, quadrati, a stella, a colori, in bianco e nero, con la batteria al litio, con quella al succo di pompelmo (vivamente consigliata a chi non voleva perdere la linea), con il vibracall, senza il vibracall, con il tritacall (avvisava l'arrivo di una chiamata indesiderata trasformando il tasto di risposta in un'affilatissima lama rotante), con i tasti di gomma, senza tasti, con l'antenna parabolica incorporata, con quella amplificata, insomma, con i suoi cellulari aveva riempito tutta la sua stanza.
Di sicuro se lo poteva permettere. Il padre era uno dei più grandi industriali del paese e, proprio per questo, i soldi per lui non erano un problema. Anzi, i suoi problemi, al contrario di tutti i comuni mortali, non consistevano nel trovare un lavoro per sfamare la propria famiglia, ma nel ricercare il più velocemente possibile un nuovo cellulare da inserire nella sua già stracolma vetrinetta. Che poi tanto "etta" non era.
Passava le ore ad ammirare la sua folta collezione e, durante i pasti, per non perderla d'occhio, continuava a seguirla tramite una microcamera installata nella sua stanza, che la trasmetteva nei monitor presenti in ognuna delle venticinque stanze della sua "modesta" villa.
Ma cosa diamine doveva farsene di una telecamera che riprendeva 24 ore su 24, 365 giorni l'anno, la sua collezione di telefoni cellulari? Aveva paura che qualcuno avrebbe potuto portarsela via? E chi?
Suo padre, impegnato dal lavoro, girava il mondo e, quelle poche volte che passava a trovare la sua famiglia, non ne poteva proprio più del suo cellulare, suo imperterrito assillatore. La madre usciva da casa la mattina e rientrava la sera, impegnata tutto il giorno a spendere in oro, gioielli e pellicce buona parte del patrimonio di famiglia; i cellulari non le interessavano per nulla, almeno fino a quando non ne avesse visto uno contornato di brillanti, con i tasti in oro massiccio e il fodero in puro visone. Il cameriere aveva un by-pass nel cuore e non avrebbe mai potuto avvicinarsi a degli apparecchi così pericolosi per il dispositivo che lo teneva in vita. La governante era talmente incompetente che li avrebbe scambiati per dei comunissimi telecomandi, ma lei odiava i telecomandi, così come le televisioni, che era convinta fossero delle scatole possedute dal demonio. Sua nonna, a causa dell'acuta miopia che si portava dietro da una ventina d'anni a questa parte, li avrebbe di sicuro scambiati per dei marziani, rimanendoci secca. Il cane, se avesse avuto le mani al posto delle zampe e la capacità di ricordare il codice segreto dell'antifurto satellitare installato sulla sua vetrina, li avrebbe scambiati per degli ossi tecnologici.
E allora? Chi avrebbe mai potuto insidiare la sua collezione? Pensandoci bene, sì, forse una persona avrebbe potuto. Il suo fratello gemello. Peccato che fosse troppo impegnato ad affogare nello spirito del contenitore di vetro posto in bella mostra nel laboratorio scientifico dell'università poco distante.
La sua collezione, quindi, non correva alcun rischio, eppure, per paura che qualcuno avesse potuto portargliela via, aveva addirittura installato un dispositivo a riconoscimento vocale, che, in caso di furto, avrebbe portato la superficie della spessissima porta blindata posta alla sua entrata alla modica tensione di 10000 volt!
Soltanto il mitico Lupin avrebbe potuto raggirare tutti quegli ostacoli, sempre che fosse riuscito ad evadere sano e salvo dalla videocassetta incastrata nel suo videoregistratore guasto, sepolto da un quintale di polvere e chiuso a chiave nella spaziosissima cantina della sua villa, dove risiedeva la segretissima cassaforte di famiglia.
Ma secondo voi, Lupin avrebbe rubato i suoi telefoni cellulari, oppure i gioielli di famiglia rinchiusi nella cassaforte?
Flip era convinto che avrebbe optato per la prima soluzione. Secondo me, il suo non era un semplice hobby, ma una vera e propria fissazione.
Eppure, non ebbe tutti i torti.
L'ultima sera dell'anno rimase da solo in casa. I suoi genitori, così come gli inservienti, decisero di festeggiare altrove il capodanno.
Lui no. Aveva deciso di passare un momento così importante insieme ai suoi preziosissimi cellulari, facendoli squillare tutti insieme proprio nel momento in cui l'orologio avesse segnato la mezzanotte. Non era pura follia questa? Cosa c'era di tanto emozionante nel sentire squillare più di cento telefonini? E poi, come avrebbe fatto a rispondere a tutti?
Flip era stato più furbo del solito: aveva dato i numeri dei suoi cellulari agli operai della fabbrica del padre, ordinandogli di chiamare alla mezzanotte esatta il numero fornitogli.
Sarebbe stato impossibile, però, rispondere a tutti quanti, così collegò ad ogni telefonino un kit vivavoce, impostandolo sulla risposta automatica. Geniale no?
Allo scoccare della mezzanotte la sua stanza, invasa dagli squilli dei cellulari, si sarebbe finalmente trasformata in un mega party elettromagnetico, durante il quale avrebbe potuto finalmente realizzare il suo sogno: mandare a quel paese tutti gli operai della fabbrica del padre in un solo colpo!
Peccato che quella sera, proprio quando mancavano dieci minuti allo scoccare della mezzanotte, un losco individuo s'intrufolò nella sua villa, staccando la corrente (mettendo, di conseguenza, fuori uso tutte le sue apparecchiature antifurto) e assalendolo di sorpresa alle spalle.
La mattina seguente fu svegliato da sua madre, appena rientrata in casa dopo una lunghissima notte all'insegna del divertimento.
"Flip sveglia! Che cosa è successo ieri sera? Hai fatto uno dei tuoi soliti esperimenti?"
"Esperimenti?" le rispose suo figlio ancora frastornato.
"Oddio! Le mie pellicce! La stanza frigorifero si sarà spenta!"
"Mamma calmati! Per la miseria! Io non ho fatto nessun esperimento!"
"E allora perché non c'è corrente in casa?"
"Non lo so. Però ora che ci ripenso...accidenti! Dove sono finiti i miei cellulari? Mamma, chiama la polizia! La corrente l'hanno staccata i ladri! Ieri sera sono stato aggredito!"
"Cosa? Avranno rubato anche le mie pellicce! E il mio oro! I gioielli di famiglia!"
"Beh, quelli penso di averli ancora nelle mutande."
"Ti sembra questo il momento di scherzare?"
Nella villa ogni cosa era rimasta al suo posto. Tranne i cellulari di Flip.
Dopo mezz'ora circa arrivò il detective Fregameglio, l'agente più decorato dello Stato, per indagare sul furto.
"Senti figliolo. Chi sono i ladri?" gli domandò il detective.
Flip, sorpreso dalla sua domanda, gli rispose: "Veramente questo dovrebbe dirmelo lei!"
"Hai ragione! Volevo solo vedere se stavi attento. Li hai visti in faccia? Chi erano?"
"Ancora? Le ho già detto che non ricordo nulla! Mi hanno aggredito nel buio."
"Nel buio? A che ora è successo?"
"Mancava qualche minuto a mezzanotte."
"E come fai ad esserne così sicuro?"
"Aspettavo una telefonata."
"Una telefonata? Da chi?"
"Non è importante." cercò di sviare Flip per paura che il detective venisse a sapere del suo scherzo.
"Tutto è importante figliolo. Quanti cellulari ti hanno rubato?"
"Se non ricordo male...centoventitre."
"Centoventitre? E su quale dovevi ricevere la chiamata?"
"Beh...veramente...su tutti..." gli confessò imbarazzato.
"Su tutti? Dovevi ricevere centoventitre telefonate?"
"Sì. C'è qualcosa di strano?"
"Niente figliolo. Nulla di strano. Eccetto..." s'interruppe il detective fissando l'armadio.
"Eccetto?" lo invitò a continuare il ragazzo.
"...quella mano! Di chi è? Hai ucciso qualcuno? Una donna?"
"Quale mano?" si voltò Flip. "Ah, ma quella è Crizia!"
"Crizia?"
"Sì! La bambola che ti vizia!"
"Non scherziamo figliolo. Dobbiamo continuare l'interrogatorio."
"E questo lo chiama interrogatorio? Ma lei com'è diventato detective? Con la raccolta punti di Miralanza?"
"Eh, devo ammettere che non è stato facile per me raccogliere quel milione di punti..."
"O mio Dio! In che mani sono capitato?" se ne uscì Flip.
"Stai tranquillo figliolo. Li ritroveremo i tuoi cellulari."
"Non li troverebbe nemmeno se glieli mettessero sotto l'albero di Natale!"
A Flip, comunque, non interessava tanto l'aver perduto i suoi telefonini (era talmente ricco che li avrebbe ricomprati in un batter d'occhio), ma il voler acciuffare il colpevole di quel gesto, che gli aveva impedito di attuare il suo scherzo.
"Ci sono!" esclamò Flip ripensando a quello che era successo.
"Sentiamo figliolo."
"Per prima cosa la smetta di chiamarmi figliolo! Non è mica il mio parroco lei!"
"Hai ragione. Continua figliolo."
"Chi ha rubato i miei cellulari doveva sapere della mia collezione."
"Fin qui non ci sono dubbi." sottolineò il detective.
"Le uniche persone a saperlo, togliendo i miei genitori e gli inservienti, erano gli operai della fabbrica di mio padre."
"Spiegati meglio."
"Avevo chiesto ad ogni operaio di chiamare uno dei centoventitre numeri dei miei cellulari alla mezzanotte in punto. Se a rubarli è stato uno di loro, chiaramente questo, impegnato nel furto, non avrà potuto effettuare la chiamata, quindi, per risalire a lui, basterà verificare quale cellulare non ha squillato ieri sera. Nel cassetto ho la lista dei numeri che ho assegnato ad ogni operaio."
"Magnifico! Ancora una volta ho dimostrato di essere un grande detective!"
"Veramente l'idea è stata la mia." s'impose Flip.
"Certamente. Volevo solo vedere se stavi attento."
Così Flip, in compagnia del detective Fregameglio, si diresse verso la sede centrale del gestore telefonico OSEURAMA (Ogni Scatto E' Una Rapina A Mano Armata), per verificare le chiamate ricevute dai suoi cellulari.
"Buongiorno signorino Flip. Che cosa posso fare per lei?" gli domandò gentilmente il direttore.
"Avrei bisogno di sapere quale dei miei centoventitre abbonamenti non ha ricevuto alcuna chiamata ieri sera intorno alla mezzanotte."
"Sarà fatto. Lei è il nostro più affezionato cliente. Qualsiasi cosa per il signorino Flip!"
Dopo qualche minuto, il direttore della OSEURAMA tornò con i risultati della ricerca: tutti i numeri avevano ricevuto la chiamata.
Chi era allora il colpevole? Il cameriere? Con quel by-pass non sarebbe andato lontano. La governante? Impossibile. Non ne avrebbe toccato uno nemmeno se fosse stato benedetto dal Papa. E chi allora? Ma certo! Perché non ci aveva pensato prima?
"Detective!"
"Cosa c'è figliolo?"
"Mia madre ha parlato con lei del furto?"
"Sì."
"Le ha specificato cosa era stato rubato?"
"Era agitata per le sue pellicce."
"Non le ha detto nient'altro?"
"No. Perché?"
"Detective Fregameglio. Lei ha rubato i miei cellulari!"
"E come fai a sap...ehm...cosa stai insinuando?"
"Mi ha domandato lei quanti cellulari erano stati rubati."
"E allora? Cosa c'è di strano?"
"Io non le avevo detto che avevano rubato i miei cellulari. Confessi!"
"E va bene, mi hai scoperto. Ma i tuoi cellulari non li ha rubati nessuno."
"Che cosa vuol dire?"
"E' stata tutta una montatura."
"Una montatura? Chi l'ha organizzata?"
"Suo padre."
"Mio padre? E perché?"
"Sei stato tu a dare i numeri di telefono agli operai della fabbrica."
"E con questo?"
"Tuo padre sapeva che volevi mandarli a quel paese per telefono."
"E come ha fatto a scoprirlo?"
"Semplice. Te lo ha sentito dire attraverso il monitor installato nel bagno."
"Ma ogni stanza della mia villa ne ha uno!"
"Infatti, lo sapevano tutti. Compreso il tuo cane. Secondo te perché ti hanno lasciato da solo ieri sera?"
"Non ci si può proprio fidare di nessuno a questo mondo!"
"Tuo padre non aveva alternative. Che figura avrebbe fatto con i suoi operai?"
"Lei ha pienamente ragione...lo sa cosa le dico?"
"Dimmi figliolo."
"Beh, non avrò avuto la possibilità di mandare a quel paese gli operai della fabbrica di mio padre..."
"E con questo?"
"Ma quella di mandarci lei non me la farò scappare per nulla al mondo!"


IL NEGOZIO DI SCARPE

La città era deserta. A quell'ora, e con quell'aria gelida che soffiava con forza sulle mura delle case, nessuno aveva il coraggio di uscire, tranne il solito sfigato costretto a lavorare fino a notte fonda: il negoziante di scarpe sito in Via della Suola Bucata.
Il nome di quella strada, in effetti, era poco raccomandabile per un negoziante di scarpe (soprattutto per chi doveva comprarle), ma il suo malessere non si concretizzava tanto in questo, bensì nella denuncia esposta da un mendicante cieco, al quale aveva venduto un paio di scarpe senza lacci, le recentissime Begalins, pensate, appunto, per facilitare ai non vedenti il compito di allacciarsi le scarpe.
La sentenza del giudice fu delle più dure: Osvaldo, così si chiamava il nostro sfortunato negoziante, doveva aprire il suo negozio la mattina all'alba e chiuderlo a notte fonda, tutti i giorni, compresa la domenica, quando la maggior parte degli uomini incitava la propria squadra davanti alla TV e le loro mogli, invece, li attendevano (invano) vogliose nella stanza da letto. E lui? Non era sposato e la TV se l'era portata in negozio.
"L'ho fatto in buona fede!" confessò al giudice durante il processo.
"Almeno abbia l'accortezza di non mentire in tribunale!" gli rispose duramente. "Voleva prendersi gioco di un povero cieco vendendogli un paio di scarpe senza lacci!"
"L'ho fatto per facilitargli la vita. Come avrebbe fatto ad annodarsi le scarpe?"
In un modo o nell'altro, comunque, fu costretto a scontare la pena. E che pena! Il suo negozio già vendeva poco durante il giorno (forse per colpa della strada?), pensate un pò se poteva risollevare le sue sorti di notte! E con quel freddo!
Eppure l'insegna del suo negozio esponeva la scritta "Con le scarpe di Osvaldo il tuo piede è sempre caldo". Si vede che i cittadini volevano risparmiare sul riscaldamento, magari per acquistare un'auto più grande o un paio di mutande nuove.
Fatto sta che non riusciva a vendere nemmeno un paio di pantofole Tieniduro, il modello preferito da chi non voleva correre il rischio di scivolare dopo aver fatto la doccia.
Un giorno però, spinto dalla disperazione più acuta, decise di ordinare un nuovo modello di scarpa, molto in voga in quel momento, che alternava dei colori sgargianti ad una suola alta poco meno di un metro.
Le Vediseciriesci (a non cadere?) erano delle scarpe particolari, decisamente pensate per le ragazze più esigenti, che volevano a tutti i costi dimostrare la loro destrezza nel cercare di non inciampare salendo sull'autobus o, più semplicemente, sul marciapiede davanti casa.
Il nostro Osvaldo ne acquistò mille pezzi, riuscendo a venderne novecentonovantanove in una sola giornata. Che colpo! Finalmente era riuscito a risollevare la critica situazione finanziaria del suo negozio!
Una domenica sera, proprio quando mancava un'oretta alla chiusura, e la TV trasmetteva i gol della tredicesima giornata di ritorno, Osvaldo sentì aprire la porta del suo negozio. Si voltò e vide entrare una delicata fanciulla, che con le sue treccine bionde si avvicinava timidamente al bancone.
"Buona sera." sussurrò lei.
"Buona notte, direi." se ne uscì lui.
"Tutte le mie amiche indossano le Vediseciriesci e vorrei…"
"Sei fortunata!" la interruppe Osvaldo. "Ne è rimasto soltanto un paio! Ed è tuo!"
"Ma…veramente…"
"Non disperare ragazzina! Non vedo nessun concorrente accanto a te! Le scarpe sono tue!"
"Ma io avrei…"
"Ho capito! Non dirmi niente. Prima vorresti provarle?"
"Non è…"
"Aspetta, aspetta. Non anticiparmi niente…non avrai mica il problema dei soldi?"
"Nessun problema finanziario, solo…"
"Accidenti! Non ti piace il colore? Sappi che questo modello lo fanno soltanto arancione fosforescente."
"Ma porcaccia la miseria del Congo settentrionale! Mi vuole sentire o no?" si sfogò la ragazza.
Osvaldo diventò piccolo piccolo. Quella graziosa fanciulla, che entrò timidamente nel suo negozio come se non volesse disturbare, tutto ad un tratto s'incazzò furiosamente, mostrando in volto i segni evidenti di un concentrato di incazzatura lievitante.
"Cosa volevi dirmi?" le domandò Osvaldo timoroso.
"Finalmente! Le stavo dicendo che tutte le mie amiche portano le Vediseciriesci e vorrei sapere se posso portarle anch'io!" continuò con aria minacciosa la ragazza.
"Certamente…perché, che problema hai?"
"Soffro di vertigini." gli confessò la ragazza.
"Cosa?" si meravigliò Osvaldo. "Soffri di vertigini e vorresti portare le Vediseciriesci?"
"C'è qualcosa di strano brutto grassone?"
"No…scusami…non volevo offenderti…"
"E allora? Le posso portare? Che dici?"
Non sapeva cosa rispondere. La ragazza si faceva sempre più minacciosa e, data la sua condanna, non voleva correre ulteriori rischi. D'altra parte non poteva sempre ripetere gli stessi errori, come quando diede le Begalins a quell'odiosissimo mendicante cieco (che pretendeva di non pagarle) non dicendogli che doveva togliere i lacci di sicurezza prima d'indossarle! Che botto! Il cieco inciampò con il suo bastone nei "finti" lacci e si ruppe il braccio destro, la gamba sinistra e l'unghia del mignolo destro. La denuncia fu immediata. Ma quella ragazza gli dava veramente sui nervi. Il suo modo di fare, così rozzo e privo di rispetto, lo aiutò a decidere per la soluzione più giusta.
Fu allora che le rispose: "Chi acquista le Vediseciriesci è assicurato contro gli incidenti causati dalle stesse. Non sarebbe professionale fabbricare delle scarpe con una suola alta un metro e non assicurare contro gli infortuni chi le indossa."
"Ma io soffro di vertigini."
"Devi sapere che le Vediseciriesci sono fabbricate con uno specialissimo materiale, fatto di…(cazzate su cazzate)…che risolve i problemi legati alle vertigini."
"Fantastico! E' proprio quello che volevo sapere! Le compro!"
Osvaldo le consegnò l'ultimo paio rimasto e si tolse dalle scatole quella fastidiosissima ragazzina. Proprio quando si stava rimettendo seduto per continuare a vedere i gol della tredicesima giornata sentì un urlo provenire dalla strada: l'odiosa ragazzina giaceva spiaccicata in terra. Non riuscendo a trattenere la frenesia d'indossare quelle scarpe se le infilò proprio sul ciglio della strada, fece qualche passo e poi, presa dalle vertigini, non riuscì ad evitare il tram notturno, che la spalmò sull'asfalto come uno Spuntì su una fetta di pane.
Inutile dire che anche questa volta, così come fu per il mendicante cieco, Osvaldo ebbe la peggio: non solo fu costretto a chiudere il negozio di scarpe, ma anche a ritirare a sue spese tutte le Vediseciriesci vendute nello Stato! Che brutta fine! E pensare che lui nel suo lavoro ci credeva veramente!
"L'ho fatto in buona fede!" confessò al giudice (lo stesso del primo processo).
"Almeno abbia l'accortezza di non mentire in tribunale!" gli rispose duramente. "Voleva prendersi gioco di una povera ragazzina che soffriva di vertigini vendendogli un paio di scarpe alte un metro!"
"L'ho fatto per facilitargli la vita. Come avrebbe fatto a finire sotto il tram se non gliel'avessi vendute?"


IL PORTAFOGLIO

Non so perché la gente ultimamente preferisce passare tutto il suo poco tempo libero facendo ore ed ore di fila nei centri commerciali, me lo domando sempre, è più forte di me, eppure non trovo mai una risposta esauriente, non riesco mai a capire se lo fanno per riempire di stress le loro giornate (forse il lavoro e la vita familiare non li stressano abbastanza), oppure se lo fanno per sentirsi a contatto con gli altri, per sentire quell'odorino di ascelle fritte che nei giorni d'estate riempie le camicie dei passanti o quella fragranza inconfondibile dei vestiti zuppi di sudore e cambiati una volta al mese, quello sì che è un odore che non può mancare nella nostra vita … la vita senza quel puzzo di cipolline avariate non avrebbe lo stesso sapore … anche se sinceramente non l'ho mai assaggiato, o forse sì? Boh! Non che m'interessi più di tanto.
Fatto sta che nelle calde giornate d'estate, quando le città si riempiono di noia, le poche persone rimaste preferiscono passare interi pomeriggi nei centri commerciali a spendere i loro soldi, il loro sudore (la loro stupidità?), invece che andare a fare delle meravigliose passeggiate nelle verdi distese che circondano le loro case o, più semplicemente, lungo i marciapiedi roventi, beh, chiaramente stando attenti a non pestare le numerose cacatine di cane che popolano qua e là il nostro tragitto … in un modo o nell'altro, sempre meglio che andare al centro commerciale!!!
E' il caso del signor Minestrota (non so se il suo era un cognome nobile derivato dalla famiglia Minestra e da quella Trota uniti in gemellaggio, oppure un cognome scelto appositamente per sottolineare che era una famiglia, appunto, idiota … vi piace la rima?), una delle tante persone unite in matrimonio con il centro commerciale “Tuttidentrochecentramo” sito in Via Fatece Largo che Passamo Noi accanto al mattatoio comunale … che bella posizione per un centro commerciale, alquanto strategica direi, così se qualcuno nelle torride giornate estive si fosse sentito male, beh, avrebbe occupato in un batter d'occhio gli scaffali del reparto macelleria … che dire, veramente una bella pensata, come si dice … dallo sfortunato consumatore (quello che ci ha lasciato le penne) all'ignaro consumatore! Bella questa è?
Come quel fessacchiotto del signor Minestrota (si chiamava Lionello, ma non amava farsi chiamare per nome, preferiva farsi chiamare Nello … l'idiota col cappello), che essendo un grande degustatore di tutti i generi di carne passava tutti i santi pomeriggi a selezionarne le confezioni, a scrutarle con i suoi spessi occhiali, con la speranza di scorgere la fatidica scritta “CARNE UMANA” sotto l'etichetta (sì, perché secondo lui doveva essere una sorpresa). Il bello è che ogni volta acquistava più di dieci confezioni di carne e in nessuna aveva mai trovato quella scritta, ma saltuariamente un orologio, una dentiera, ehm … un coglione, un dito, azzo! Addirittura una volta riuscì a trovare un portafoglio con tanto di documenti e un bigliettone da centomila nel suo interno!!! Fu allora che andò tutto arrabbiato dal direttore del centro commerciale a reclamare:
“Scusi signor direttore, ma nella confezione di carne ho trovato questo portafoglio …” gli disse un po' scocciato porgendoglielo.
“Oh, mi scusi per l'inconveniente. A volte capita, sa, questi neo assunti, hanno poca … esperienza … sono un po' sbadati. Posso rimediare in qualche modo?” rispose il direttore cercando di coprire l'imbarazzo.
“Direi proprio di sì.” affermò convinto il signor Minestrota. “Potrebbe ridarmi le cento mila che sono nel suo interno?”
“Certamente. Tutto qui?” ribadì sorpreso il direttore consegnandogli la banconota.
“Beh, veramente, ora che ci penso, ci sarebbe dell'altro.”
“Dica pure, cercherò di accontentarla in ogni suo volere.”
“Potrebbe riconsegnare il portafoglio al suo padrone?” gli domandò convinto il signor Minestrota.
“Ehm … direi che la cosa non è così semplice come può sembrare …” sviò il direttore.
“Capisco. Sa, l'orologio me lo sono tenuto, era troppo bello. Eccolo! Guardi qui. Non perde un colpo! Preciso al milionesimo di secondo! La dentiera, invece, l'ho regalata a mia suocera, sa poverina, quella che aveva ormai aveva perso un po' la presa di un tempo e a volte le cascava nella minestra o nel boccale di birra. Per il coglione non ci sono stati problemi, se l'è mangiato mia moglie, è stato facile per lei digerirlo, in fondo, se ha digerito me per trent'anni cosa vuole che sia un coglione in un giorno?”
“Capisco perfettamente sua moglie. Coglione più, coglione meno …” gli rispose prontamente il direttore.
“Eh sì. Comunque il portafoglio mi sembrava troppo per me e l'ho voluto restituire con la speranza che possa ritornare al suo possessore. Gli altri regali li ho accettati volentieri.”
“Come le dicevo non è semplice. Anzi, lo sa cosa le dico?” s'illuminò il direttore.
“Mi dica, sono tutto orecchie.”
“Hahahahhaha.” scoppiò in una sonora risata il direttore del centro commerciale.
“Cos'ha da ridere?” gli domandò Lionello.
“Non pensavo che i coglioni avessero le orecchie! Hahahahahah.” continuò imperterrito.
“Hhaahahahhaah! Ma lo sa che ha ragione? Hhaahahhaah.” s'aggregò al direttore.
“Come le dicevo, per riconsegnare il portafoglio al suo padrone deve fare una cosa. Lei va regolare al bagno?”
“Certo. Tutte le mattine. Perché?”
“La carne dove ha trovato il portafoglio l'ha mangiata oggi a pranzo?” continuò il direttore.
“Sì, era buonissima. Ma questo cosa c'entra?” domandò sempre più meravigliato il signor Minestrota.
“Beh, allora faccia così. Domani mattina una volta che avrà fatto quello che deve fare … ehm … la popò … ci metta sopra il portafoglio, tiri lo sciacquone e il gioco è fatto! Semplice no?”
“Mi scusi tanto signor direttore … ma questa persona è l'addetto alle fogne cittadine?”
“Beh, in un certo senso sì, diciamo che viste le circostanze in cui si è trovato … è stato assunto a tempo indeterminato come guardiano delle fogne ... o almeno lo sarà presto.”
“Ah! Sono proprio contento! E' più facile di quel che immaginavo! La ringrazio tanto signor direttore, lei è stato veramente di aiuto.” concluse Lionello riprendendosi il portafoglio.
“Dovere … signor?”
“Signor Minestrota!” rispose fiero.
“Dovere signor Minestrota.” lo liquidò il direttore tornando un po' affaticato nel suo ufficio.
La mattina seguente il signor Minestrota si alzò alle sette in punto e andò subito in bagno per spedire il portafoglio al suo possessore originario … almeno era convinto di questo. Più preciso del suo orologio svizzero (quello trovato nella confezione di carne una settimana prima) si accomodò sul water e cominciò a pensare … pensare … pensare … ma non riusciva a … ehm … cacare (aho, ma non starò esagerando con tutte queste rime? Heehhe). Non riusciva a darsi pace e così, spinto da un'irrefrenabile determinazione nel voler ridare il portafoglio al suo padrone, afferrò una bottiglia d'olio di ricino e se la scolò tutta d'un fiato. L'effetto fu immediato, direi che in meno di due minuti riuscì ad espellere tanta di quella merda che nemmeno un elefante in sovrappeso avrebbe potuto fare di meglio.
Fiero e un po', come dire, sfiancato da quel “forzato” svuotarsi a tutti i costi, prese il portafoglio, lo conficcò ben benino su quella montagna di merda fumante, tirò la catenella dello sciacquone e … cazzo! Lo sciacquone non funzionava!!! E adesso come si sarebbe liberato di quel pacco di … merda? Gli prese il panico, cominciò ad agitarsi, si guardava attorno ma senza riuscire a trovare una valida soluzione. Sì! Ad un certo punto gli venne una fiammante idea … la vicina del piano di sotto.
Tutto convinto uscì da casa, scese le scale e si piazzò davanti alla porta dell'ignara inquilina. Suonò il campanello e una voce d'oltre tomba gli domandò: “Chi è?”
La signora aprì la porta e … svenne. Quell'imbecille di Lionello si era presentato dalla vicina con un secchio di merda (ancora fumante) con conficcato (ben benino) il famoso portafoglio.
“Signora! Signora! Si svegli!” continuava imperterrito, ma la signora non si riprendeva. “Signora! Mi spiace, con tutta questa merda l'ho spaventata! Mi spiace! Ma si svegli! La prego!”
Ad un tratto la signora riaprì gli occhi.
“Finalmente! Signora mi spiace davvero per essermi presentato con un secchio di cacca. Lo so, solitamente ci si presenta dai vicini con un confezione di biscotti, un mazzo di fiori, oppure per chiedere uno spicchio d'aglio … mi scusi davvero, ma per me è davvero troppo importante che lei mi faccia utilizzare il suo bagno.”
La signora piangendo le rispose: “Quello è il portafoglio di mio marito … sono quasi due settimane che manca da casa.”
“Azzo! Si vede che c'è un po' di merda da spalare nelle fogne della città! Beh, non mi meraviglio, se tutti cacassero ogni giorno la merda che ho fatto io stamane penso che al posto delle strade ci sarebbero solo fogne! Eheheheheh.”
“Guardi che mio marito era pensionato.”
“Ah, mi spiace per lui. E' una cosa ignobile far lavorare nelle fogne comunali una persona anziana, per di più per due settimane di fila! Penso che quando tornerà a casa lo dovrà lasciare per un mese e mezzo ammollo in una tinozza d'acqua di colonia … se fossi in lei eviterei l'eau de toilette, sa, sentir parlare di toilette quando c'ha lavorato per quindici giorni potrebbe rovinargli l'appetito.”
“Ma cosa sta dicendo? Non la capisco. Quello è il portafoglio di mio marito. Dove l'ha trovato? Sapevo che questa storia sarebbe rivenuta a galla … “ si rattristò l'anziana signora.
“Beh, a galla spero proprio di no. E' di vero cuoio, dovrebbe andare giù con una sola tirata di sciacquone.”
La signora si rialzò e cominciò a confessare: “E' inutile continuare con questa farsa. E' successo due settimane fa. Stavamo facendo la spesa al supermercato e mio marito mi ha fatto arrabbiare. Non voleva che acquistassi le confezioni di carne in offerta perché affermava che erano di carne umana.”
“Davvero?” l'interruppe Lionello. “E' una vita che le sto cercando, ma non riesco mai a trovarle! Quando torna a casa suo marito potrebbe farsi dire in quale centro commerciale le vendono?”
“Il supermercato è quello accanto al mattatoio, ma sarà difficile che mio marito torni a casa …” s'oscurò la signora.
“Ah, ma quanta merda c'è sotto questa città?”
“Nella merda ci sono io fino al collo.” affermò la signora.
“Guardi signora che la merda sta ancora fuori la porta dentro il secchio, se anche a lei non funziona lo sciacquone non si preoccupi, in questa città riuscirò pur a trovare un cesso funzionante o no? Oppure hanno tolto l'acqua dai gabinetti per non far intasare ancora di più le fogne dove sta lavorando suo marito?”
“Lei non ha capito nulla. Io ho ucciso mio marito e l'ho lasciato al supermercato. Ha trovato il portafoglio in una confezione di carne?” le domandò la signora.
“Beh … sì. Ma cosa c'entra tutto questo con l'omicidio di suo marito?”
“Aveva ragione lui. In quel supermercato vendono carne umana … molto probabilmente quella che ha mangiato lei era quella di mio marito.”
“Azzo!” si alzò euforico il signor Minestrota.
“Perché è così felice?” le chiese meravigliata la signora.
“Ho mangiato carne umana per una vita e non me ne ero mai accorto! La stavo cercando affannosamente da tanto tempo e l'ho sempre avuta dentro il piatto! Stupendo!” esplose di gioia Lionello.
“Ma lei è un cannibale! Se ne vada dalla mia casa! Mi fa schifo!”
“Eh no, signora! L'unica persona che fa schifo è lei che ha ucciso suo marito … anche se poi mi ha fatto un piacere non da poco, sa, era davvero buono … è proprio vero, gallina vecchia … ehm … gallo vecchio fa buon brodo.”
“Se ne vada!”
“Certo che me ne vado e visto che non c'è più bisogno di spedire il portafoglio a suo marito, beh, gli lascio il pony express che avevo preparato personalmente, direi … ehm … fisicamente e con tanta fatica. Può tenersi comunque il secchio, lo prenda come se fosse l'imballo del pacco … intestinale.”
“Vada immediatamente via!!!” si fece minacciosa la signora.
“Come le ho appena detto me ne vado subito, ma non prima di averle rovesciato in testa … ehm … suo marito, o quello che ne rimane dopo la mia digestione. L'ha detto lei che stava nella merda fino al collo … beh, adesso potrà dire che ci ha fatto persino il bagno!”


EPPURE MI FIDAVO

C'era una volta un vecchio … ehm … un anziano signore (il rispetto è tutto nella vita heheheeh) di settantadue natali, che nonostante avesse la patente da più di cinquant'anni non aveva mai posseduto un'automobile.
Ma allora, vi chiederete, perché diamine ha preso la patente?
Beh, di sicuro andava fiero della fototessera contenuta nel suo interno, tanto che ogni volta che la polizia lo fermava per eccesso di velocità mentre pedalava come un forsennato con la sua mitica bicicletta “Ociochefori”, lui mostrava sempre la patente ben aperta, attento a non mettere le dita sopra a quella fotografia.
Peccato, però, che quella foto fosse un po' scuretta e che non si riusciva a distinguere chi fosse l'individuo fotografato … beh, forse era proprio per questo motivo che n'andava tanto fiero, almeno nessuno avrebbe potuto vedere quanto era brutto a ventidue anni (non che a settantadue fosse meglio).
Effettivamente l'anziano signore (a proposito, si chiamava Romeo Alfa … per gli amici Alfetta, vedovo della moglie Giulietta e con un fratello di nome Duetto) era un pochino orribile, tutto curvo (se fosse salito sopra ad un pallone sarebbe sembrato un punto interrogativo), con l'unghia del mignolino della mano destra lunga e sporca (con qualche residuo di cerume e caccoline ancora fresche di … scaccolata), completamente pelato (gli mancava solo la scritta “Cirio” stampata sulla fronte), con gli occhi catarrosi (quasi come se gli ci avessero scatarrato dentro), il naso che sembrava uno spoiler delle auto di Formula Uno (giusto per non perdere velocità con la sua bici) e, per finire (tanto perché avevo affermato che il rispetto è tutto nella vita hihihihiihhi), l'orecchino al naso … con tanto di pezzettini di fazzoletto ancora smorciolato che pendevano dal brillantino incastonato nello stesso.
Beh, un vero stallone italiano, fiero della sua immagine e della sua mania di non fidarsi delle automobili. Eh sì, era per questo motivo che non n'aveva mai posseduta una, aveva paura che lo avrebbero potuto tradire da un momento all'altro, magari sbandando in curva, inchiodando improvvisamente da sole, perdendo una ruota mentre erano in movimento, insomma, in un modo o nell'altro era convinto che tutte le auto in circolazione fossero dei bidoni … e lui non voleva fare la parte dell'immondizia (vista la sua immagine ripugnante poteva girare con una tazza del cesso sotto al sedere, così, oltre all'utilità di … ehm .. cacare quando gli pareva, poteva anche fare la sua bella figura di merda … sempre per rimanere in tema di rispetto heheheh).
Ma un giorno, passeggiando per la via principale del paese e passando davanti all'autosalone “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio“, vide l'auto dei suoi sogni, appena immessa sul mercato, l'auto che lo avrebbe fatto ricredere, l'auto della quale si sarebbe fidato ciecamente, con la quale avrebbe potuto percorrere milioni di chilometri senza mettere una goccia di benzina (andava ad energia lunare … mmm … circolava solo di notte?), percorrere all'assurda velocità di 100000 chilometri orari una curva a gomito senza sbandare di un millimetro, con le ruote fissate da ben 1999 bulloni e i freni, poveri noi, che per azionarli bisognava premere due pedali (la sicurezza non è mai troppa ehehhehe). Era una fiammante e costosissima DR (Distribuzione Rottami) modello XFGTRES, denominata “Carrarmato”, per via della sua robustissima carrozzeria a prova di bomba atomica (non so, però, se la sua vernice delicata avrebbe resistito ad una bomba … alla crema).
Fu amore a prima vista. La comprò in un batter d'occhio … chiaramente questo “batter d'occhio” fu talmente rapido e conciso che dal suo occhio catarroso partì una fiammata di catarro viscido.
“Arghhhhhhh!!!” si schifò l'impiegato dell'autosalone che ospitò il catarro proprio sulla sua camicia bianca.
“Mi scusi tanto, non volevo sporcarle la sua bella camicia.” si scusò il signor Romeo.
“L'avevo fatta lavare proprio ieri da mia moglie. Uffa! Adesso dovrò andare a casa a cambiarmi.”
“No, aspetti. E la mia auto nuova? La camicia la può lavare un altro giorno.”
“Beh, certo. Come no. E io secondo lei dovrei accogliere i clienti con questo catarro verdognolo sulla mia camicia?”
“E' pittorico. Le dà un tocco di classe. Se ci affianca una cravatta verde a pallini gialli potrebbe fare un figurone!” gli consigliò Romeo.
“Ah! Ha ragione! Le andrebbe di diventare il mio consulente d'immagine?”
“Beh, potrei stupire i suoi clienti con qualche effetto speciale, non so, tipo una scatarratina vicino al taschino e qualche caccolina sul colletto, magari anche una sgommatina di merda all'altezza del busto. Sarebbe interessante, ma mi basta che consegnate la mia auto nella giornata … ce la fate?”
“Cerrrrrrrto che no. Facciamo domani mattina?” gli propose l'impiegato.
“Si può fare … me la fate trovare bella lustrata?”
“Cerrrrrrto che no. Al limite gliela potrei lustrare io stesso con la camicia che mi ha appena condito … gli darebbe un tocco di classe. Immagini la sua vellutata carrozzeria bianca con delle soffici striature verdognole … ah! Come ci starebbe bene!” gli propinò ironicamente l'impiegato.
“No, no. La ringrazio. A quello posso pensarci anche da solo. A domani mattina allora.” concluse il signor Romeo avviandosi verso casa.
La mattina seguente Romeo s'avviò verso l'autosalone e … paff!!! La sua fiammante DR XFGTRES era parcheggiata proprio davanti all'entrata, pronta ad essere … cavalcata. Ma chi? L'auto o la splendida bionda che sedeva accanto al posto di guida???
Per poco non gli prese un colpo, non credeva ai suoi occhi … ehm … catarrosi, quella splendida biondona con delle curve mozzafiato sembrava proprio che stesse aspettando lui.
“Buongiorno signor Alfa Romeo.” lo bloccò l'impiegato (sì, quello preso di mira il giorno prima). “Le piace la sua nuova auto?” continuò sempre lo stesso.
“Cerrrrrto che sì!” gli rispose un pochino … allupato il signor Romeo.
“Come vede gliel'ho fatta lustrare per benino … e non con la mia camicia!” sorrise a denti stretti.
“Ma la pupa è compresa nel prezzo?” gli domandò Romeo sempre più allupato.
“Sì. Nel prezzo della lavatrice che mi deve rimborsare … quella splendida fanciulla è mia moglie ed è qui per chiederle se lei usa una qualche specie di collante al posto del collirio, visto che ieri sera lavando la camicia che lei gentilmente mi aveva dipinto ci si è bloccata la lavatrice!!!”
“Ah, capisco. Anche a me capitava la stessa cosa quando tentavo di lavare gli asciugamani in lavatrice … a forza di cambiarne una a settimana ho preferito comprare degli asciugamani usa e getta! Hahahahahha.” scoppiò a ridere Romeo.
“Non ha mai pensato di lavarsi il viso con l'acido muriatico?” gli consigliò l'impiegato.
“Beh, no. Solitamente l'acido muriatico lo uso come collutorio.”
“Ah, ma che bravo … veda almeno di non usare la sua nuova auto al posto del bidè … sa, non vorrei che la manopola del cambio se la potesse infilare per sbaglio da qualche parte … “ concluse l'impiegato porgendo le chiavi dell'auto al signor Romeo.
“Non si preoccupi. Il bidè in settantadue anni di vita non l'ho mai fatto!” se ne uscì sinceramente Romeo scaraventandosi all'interno della sua nuova auto.
Così, soddisfatto del suo ultimo acquisto, Romeo si diresse in direzione dell'autostrada, dove voleva provare la sua ultima follia (l'auto … non la bionda eheheheh), anche per rendersi effettivamente conto se quello che gli era stato dichiarato corrispondeva a verità … mah!
Una delle spettacolari caratteristiche la provò subito dopo aver imboccato l'autostrada … l'auto si fermò per assenza di carburante! Eppure era quasi notte e nel cielo splendeva imperterrita la … la … la … ma la luna dove cavolo era??? Un grosso nuvolone carico di pioggia la copriva non facendo passare i raggi lunari!!! Ecco perché si era fermata!
Dopo circa quaranta minuti ad attendere invano il riaffacciarsi della luna, il signor Romeo si accorse che non era stato tolto il coperchio di protezione dai pannelli lunari e che l'auto si era fermata perché nel frattempo aveva esaurito l'energia della batteria ricaricabile posta sotto la ruota di scorta. Tolse il coperchio e l'auto si rimise subito in moto (azz … un'auto che va in moto!).
L'ennesima beffa l'ebbe quando stava per risalire alla guida della sua fiammante DR … con un rapido calcolo in stile Corto Circuito si accorse che i bulloni che fissavano le ruote non erano 1999 ma 1998!!! Che delusione … era curioso di sapere se l'anno venturo la sua auto avrebbe superato senza problemi il Millenium Bug … adesso doveva aspettare due anni!!!
Con le lacrime agli occhi e stando attento a non farle scivolare sulla pedana della macchina (l'avrebbero potuta corrodere), si consolò spingendo a fondo il pedale dell'acceleratore per provare l'ebbrezza dei 100000 chilometri orari!!!
Inutile dirvi che la velocità sul tachimetro non era indicata in chilometri orari ma in metri orari e che, quindi, la velocità massima che poteva raggiungere la sua auto era … se la matematica non mi tradisce … 100 chilometri orari.
Che delusione! L'auto che l'aveva incantato dopo cinquant'anni di patente passati in bicicletta, beh, come dire, era una cagata mostruosa.
“Ah! Ma ancora non è detta l'ultima parola!” s'illuminò Romeo non perdendo le speranze.
Effettivamente, uno dei punti che non era stato pubblicizzato più di tanto dall'autosalone (chissà per quale motivo?), era quello riportato nel libretto d'istruzioni, cioè quello descritto nella pagina 321342142 sotto la voce “Sicurezza”.
In pratica c'era scritto che la carrozzeria della DR … come cavolo si chiama … ah sì … XFGTRES, era talmente inattaccabile da resistere persino all'esplosione di una bomba atomica.
Il signor Romeo di certo non avrebbe potuto telefonare a Saddam Hussein per farsene lanciare una addosso, così pensò che l'unico modo per provare l'effettiva robustezza della carrozzeria della sua auto fosse quello di schiantarsi a tutta velocità (sì … i mitici 100 chilometri orari) contro un pilastro di cemento.
E così fece.
Si posizionò ad un chilometro di distanza (giusto lo spazio necessario per raggiungere la velocità massima) da un pilastro di cemento bello grosso, si allacciò la tripla cintura di sicurezza, azionò i 24 air bag della DR e … via! Più veloce di un calcio nelle palle (ahi … che dolor!) si diresse dritto per dritto contro quel pilastro … 800 metri al bersaglio … 700 metri al bersaglio … 500 metri al bersaglio … 300 metri al bersaglio … 100 metri al bersaglio … 50 metri al bersaglio … un metro dal bersaglio e … paff!
Quella mitica DR XFGTRES si accartocciò diventando più piatta di una batteria al litio di ultima generazione. Del signor Romeo non rimasero altro che due tocchi di catarri verdognoli (quelli che aveva davanti ai suoi occhi) adagiati in terra, il resto del suo corpo si era smaterializzato dipingendo di rosso l'enorme pilastro di cemento dal lui preso di mira.
Eppure sul libretto d'istruzioni c'era scritto che la carrozzeria era robustissima e che avrebbe resistito anche all'esplosione di una bomba atomica … aspettate un attimo … diamine!!!
C'è una scritta minuscola in fondo alla pagina 321342142, proprio quella della voce “Sicurezza”.
Vediamo cosa c'è scritto:

PS: PROVA EFFETTUATA CON UNA BOMBA ATOMICA ESPLOSA A 10.000 CHILOMETRI DI DISTANZA DALLA CARROZZERIA DELLA DR XFGTRES.


continua ...


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