FRAMMENTI DI VITA - Il sito letterario di Gianluca Rasile
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.: LE OPERE LETTERARIE DI GIANLUCA RASILE :.

Nulla d'importante (2001-?)

Nulla d'importante. Bel titolo da attribuire ad un'opera letteraria, sembra quasi che questa possa contenere degli appunti di poco conto, oppure degli impegni che possiamo permetterci di rimandare nel tempo, tanto non sono, appunto, nulla d'importante, niente che possa scomodarci più di tanto, niente che possa attirare la nostra attenzione.
In effetti, potrebbe essere anche così, forse i racconti contenuti in questa raccolta non rappresentano niente per cui valga la pena spostare il nostro pensiero dagli impegni quotidiani, chissà, questo sarete voi a valutarlo, non io, perché io so già che questi hanno un gran valore per me, altrimenti non avrei nemmeno perso del tempo a scriverli. Ma allora perché questo titolo così in contrasto con il mio pensiero?
Beh, il titolo non vuole essere altro che una sorta di "frecciatina ironica" indirizzata a tutti coloro che reputeranno gli argomenti trattati un "nulla d'importante", cioè degli argomenti che non scalfiranno minimamente la loro sensibilità, la loro "presunta" solidarietà nei confronti d'alcuni episodi che accadono continuamente nel mondo e che ci fanno riflettere, o che almeno dovrebbero spingerci a farlo.
Sto parlando dei numerosi stupri che popolano le vie oscure del mondo, i continui tradimenti che si celano dietro ad un sorriso, l'egoismo che abbraccia i potenti di questa terra e che li spinge a succhiare sempre più la linfa vitale del prossimo, le atrocità alle quali dobbiamo assistere guardando il telegiornale a pranzo o a cena, le numerose malattie e gli episodi sfortunati che minano la vita a chi ha già sofferto abbastanza, insomma, tutto ciò che è ingiusto e che macchia in modo indelebile la nostra e la vita degli altri.
Questa è una raccolta che deve far riflettere, deve farvi capire che di cose brutte nel mondo n'accadono in continuazione e che non possiamo ogni volta "voltarci dall'altra parte" per non soffrire o perché ce né "sbattiamo altamente": dobbiamo sensibilizzarci verso queste cose, anche perché se ci "voltiamo dall'altra parte" non potremo essere pronti ad aiutare chi ha bisogno d'aiuto e se, invece, ce né "sbattiamo altamente" potremo essere noi stessi ad alimentare queste avversità.
Certo, il più delle volte, anzi, direi spesso, siamo impotenti, non possiamo fare nulla per non farle accadere e forse il "voltarsi dall'altra parte" può servire ad aiutarci ad andare avanti, magari cercando di vedere tutto rosa anche quando non lo è. Sì, potrebbe essere una soluzione, tapparsi gli occhi e le orecchie per non soffrire, ma non tutti riescono a farlo e c'è chi, pur soffrendo e disperandosi, apre e continua ad aprire gli occhi e le orecchie osservando e ascoltando ciò che potrebbe rovinargli la giornata o addirittura l'esistenza, e questo non perché è masochista, ma perché non può rimanere indifferente a tutte le cattiverie e le ingiustizie che popolano questo mondo e ... non si dà pace per quello che accade.
Non so, forse tutto questo non è normale, forse fanno bene quelle persone che se ne fregano dei problemi degli altri e cercano di portare l'acqua al proprio mulino, oppure quelli che "si voltano dall'altra parte" per non soffrire, fatto sta che io, però, non sono così e non riesco a rimanere indifferente a ciò che mi accade attorno, ne soffro e ci sto male, e anche se il più delle volte non posso fare niente, vivo, chissà, con la speranza di poter un giorno essere d'aiuto anche io, di dare il mio contributo per alleviare il dolore degli altri o preservarli da qualche triste evento.
Come afferma spesso una persona che stimo molto "Non c'è cosa più appagante di vedere felici gli altri quando si aiutano e si fa qualcosa per loro": se tutto il mondo la pensasse così, beh, forse la violenza e l'egoismo non esisterebbero, e finalmente la pace e la fratellanza sarebbero in grado di rompere le catene che le tengono imprigionate in quella dura parola chiamata "utopia".
Questi racconti, quindi, trattano alcune delle cose più brutte e tristi di questo mondo, episodi dolorosi accaduti e che accadono tuttora, e che, molto probabilmente, continueranno ad accadere, e per ognuno di questi racconti ho cercato (non so se riuscendo nel mio intento) di evidenziare i lati negativi nascosti che accompagnano i vari fatti, cercando anche, almeno dove mi era possibile, di fare giustizia a modo mio, quella stessa giustizia che purtroppo stenta ad emergere nella realtà e che fa soffrire, appunto, tutti quegli individui che provano quello che provo io.
Sarà pure un "lottare contro i mulini a vento", ma almeno io ci provo ... anche se so che servirà a poco, molto poco.
Buona lettura.

Gianluca Rasile


SPEGNERSI LENTAMENTE

“Andrea svegliati. E' ora di andare a scuola.”
Erano queste le uniche parole che riuscivano ad intrattenere il suo pensiero mentre era appoggiato in fin di vita su quel letto d'ospedale. Forse lo riportavano indietro nel tempo, a quei momenti rosei in cui sua madre lo andava a svegliare la mattina per mandarlo a scuola, quando era libero e spensierato, quando davanti a sé aveva tutta una vita da vivere e programmare, una vita colma di speranze e d'aspirazioni, una vita che adesso viveva soltanto nel soave ricordo legato a quelle parole.
Voleva diventare un calciatore professionista, giocare in una grande squadra, e molto probabilmente se quella terribile malattia non avesse soffocato la sua giovane vivacità lo sarebbe diventato, era davvero bravo, era seguito da molte persone influenti nel mondo del calcio che lo avrebbero potuto portare a giocare in qualche club prestigioso, così come desiderava più d'ogni altra cosa al mondo.
E adesso, invece, era lì, disteso da quasi sei mesi su quel letto che lo aveva accolto con tanto ottimismo.
“Vedrai che andrà tutto bene.” continuava a ripetergli sua madre mentre lo accompagnava in quello squallido ospedale, ma lui sentiva che qualcosa sarebbe andato storto, che forse quell'ottimismo era soltanto un'illusione, un'illusione che lo avrebbe spento lentamente, come quei lumini ad olio quando si affievoliscono per mancanza di combustibile.
Tutti i suoi parenti, gli amici più cari, i suoi compagni di squadra, erano tutti lì attorno a quel letto con la speranza di rivederlo sorridere, di far vincere la sua squadra come aveva fatto più volte, loro che avevano sempre fatto il tifo per lui e che adesso, più che mai, continuavano a farlo. Ma l'avversario, questa volta, non era formato da undici giocatori, Andrea non doveva far vincere la sua squadra, stavolta in gioco c'era la sua vita e quella malattia, purtroppo, stava avendo la meglio, avanzava sempre più e lui non poteva fare altro che cercare di difendersi, di lottare per non far “segnare” quel temibile avversario.
Andrea era un ragazzo di diciassette anni, l'anno seguente sarebbe diventato maggiorenne e finalmente avrebbe potuto prendere la patente per andare agli allenamenti in auto, molto più comoda del motorino che tre pomeriggi a settimana lo accompagnava al campo, molte volte sotto la pioggia, specialmente in inverno.
Come accadeva nel calcio, anche nello studio riusciva ad ottenere i suoi ottimi risultati, tanto che era adorato da tutti i suoi professori, sia per il suo impegno scolastico che per la lealtà mostrata nei confronti di tutte le persone che gli ruotavano attorno.
Era, come si dice, un ragazzo d'oro, ben voluto da tutti, ma soprattutto un'immensa gioia per i suoi genitori, che lo avevano cresciuto con tanto amore e riguardo, attenti a non fargli mancare nulla, ma anche a non dargli troppo, quel troppo che lo avrebbe sicuramente reso infelice nel suo crescere.
I medici dell'ospedale lo davano per spacciato, ormai quella malattia era andata troppo avanti e se pure si fosse salvato sarebbero potuti rimanere degli handicap non indifferenti. Non avrebbe più potuto correre e giocare a calcio con i suoi compagni di squadra, rincorrere il suo cane nelle calde giornate d'estate, insomma, avere una vita normale, quella vita che ognuno di noi desidera, libera e spensierata. Se si fosse salvato sarebbe rimasto sulla sedia a rotelle o, molto probabilmente, almeno così dicevano i medici, gli sarebbero rimasti dei traumi celebrali che lo avrebbero escluso dal mondo degli uomini “pensanti”. Sarebbe diventato una sorta di vegetale, un'immagine agghiacciante se confrontata a com'era prima, alla sua allegria, ai suoi teneri sorrisi, al suo vedere la vita rosa e priva d'imperfezioni, a quella sua ardente speranza mostrata in ogni situazione.
I giorni trascorrevano grigi e i suoi genitori erano schiacciati sempre più dall'idea di vederlo in quello stato, seduto su quella sedia a rotelle, senza più parlare, senza più muovere un dito per indicare la strada ad un passante o alzare la mano per farsi passare quel pallone, il pallone della sua vita, che in ogni competizione voleva a tutti i costi depositare in fondo alla rete avversaria.
“Signora, mi scusi. L'orario delle visite è terminato. Mi spiace.” sussurrò un infermiere a sua madre, che gli era seduta accanto mentre gli stringeva la mano.
“Sì, adesso vado.” gli rispose alzandosi con le lacrime agli occhi.
Proprio in quel momento Andrea le strinse più forte la mano, segno che non voleva mandarla via: aveva paura di non poterla più rivedere, non sapeva se il giorno seguente avrebbe potuto risentire il calore della sua mano, quel calore che lo aveva aiutato a crescere e che gli aveva sempre dato coraggio.
“Andrea, ci vediamo domani, non ti preoccupare.” gli disse sua madre con gli occhi gonfi di lacrime cercando di celare lo sconforto. “Domani mamma si risiederà accanto a te.”
Ma durante la notte le sue condizioni s'aggravarono ed entrò in coma.
I genitori furono tempestivamente avvertiti dal personale dell'ospedale e si precipitarono dal figlio.
“Andrea … sono la mamma … stringimi la mano se mi senti.” continuava a ripetergli morbosamente.
“Non può sentirla signora. Mi spiace. Molto probabilmente non riuscirà a superare la notte.” li pugnalò il primario che aveva seguito il suo caso.
Parole disperate da dover ascoltare e capire, il destino d'Andrea era segnato e loro, i suoi genitori, non potevano fare altro che rimanere impotenti davanti a quella notizia struggente, che, d'altra parte, il medico, pur non volendo, doveva comunque comunicargli.
Ma di giorni ne passarono due, cinque, venti, e la situazione d'Andrea era rimasta stazionaria, dopo l'aggravamento di quella notte non era né migliorato, né peggiorato. Era abbracciato da un profondo stato comatoso irreversibile, isolato dal mondo, era come se stesse vivendo in un sogno, un sogno che a quanto detto dallo staff medico avrebbe potuto durare in eterno: non si sarebbe più potuto risvegliare.
La sofferenza dei suoi genitori, dei familiari, degli amici, e di tutte quelle persone che gli volevano bene, superò i limiti dell'immaginabile, ma non serviva a niente, la loro sofferenza non avrebbe potuto far risvegliare Andrea dal coma, forse nemmeno un miracolo avrebbe potuto “riportarlo in vita”.
Che tristezza. Quante aspirazioni gettate al vento. Quanti sogni sfumati nella cattiveria assassina di quella malattia. Quanta disperazione che scorreva imperterrita nei cuori di tutte quelle persone che gli stavano attorno. Quanta speranza soffocata dall'inesorabile passare del tempo. E adesso cosa rimaneva? La dura immagine di un ragazzo disteso su un letto d'ospedale, lì, immobile, con il volto rilassato e privo di reazioni naturali, chissà cosa stava sognando, chissà cosa stava vedendo con gli occhi della mente, chissà se si rendeva conto di quello che gli stava accadendo, chissà perché la natura deve essere così crudele nei confronti di chi non merita di soffrire, chissà se esiste veramente un Dio e chissà se tutto questo non avesse, magari, un senso, che le sofferenze della gente non siano altro che una sorta di chiave per accedere alla felicità eterna, un percorso obbligatorio per giungere al totale appagamento dell'anima … chissà.
Di certo c'era solo il trascorrere del tempo e il coma irreversibile d'Andrea … nient'altro.
Col passare dei mesi, ahimè, cominciò a venire fuori e a concretizzarsi sempre più l'idea di porre fine a tutte quelle sofferenze, tanto non ci sarebbe più stato nulla da fare, tanto Andrea non sarebbe più tornato quello di un tempo e la sua vita, o quello che ne rimaneva, non sarebbe potuta andare oltre dal rimanere disteso su di un letto d'ospedale … eutanasia.
Certo, era una scelta difficile, contrastata, che i genitori dovevano valutare bene e, soprattutto, dargli un senso che non li avrebbe portati poi a sentirsi in colpa per aver … ucciso il proprio figlio.
Ma, d'altra parte, cosa potevano fare? Sarebbe stato più giusto farlo vivere in quello stato o liberarlo, chissà, ad una vita migliore?
“Avete pensato a come affrontare questa situazione?” domandò il primario dell'ospedale ai genitori d'Andrea.
“Non è facile.” rispose la madre.
“Sì. La capisco perfettamente signora. Nemmeno io, che vivo quotidianamente queste situazioni, saprei come comportarmi.”
“Io e mio marito abbiamo cresciuto Andrea con tante speranze. Gli abbiamo dato tutto l'amore che potevamo dargli. Gli vogliamo bene più d'ogni altra cosa al mondo e … soltanto … il pensare …” scoppiò in lacrime non riuscendo più a parlare.
Il marito la strinse fra le sue braccia: “Cara, dobbiamo prendere una decisione … lo so che è dura. Andrea è tutta la nostra vita …”
“Se volete pensarci ancora, fatelo. E' una scelta che dovrete prendere solo quando vi sentirete veramente pronti ad accettarla.” cercò di tranquillizzarli il primario.
“Ci abbiamo già pensato tanto dottore.” se n'uscì riprendendo le forze la madre. “Come ha detto mio marito, è una scelta dura, ma abbiamo deciso di porre fine a tutta questa sofferenza … non è facile vederlo ogni giorno disteso senza vita su quel letto … sarebbe impossibile per noi sopportare questo dolore …” concluse in lacrime.
“Certo signora. Capisco. Ci saranno da compilare dei moduli. Quando volete potete venire nel mio ufficio.”
E così fu.
“Andrea svegliati.”
“Sì, mamma ...” rispose d'istinto mentre un intenso bagliore investì il suo risveglio. “… ma tu non sei mia madre. Chi sei?”
“Non è importante. Quello che importa è che adesso tu sei qui.”
“Ma io voglio tornare a casa dai miei genitori. Dove sono? Quando potrò tornare da loro?”
“Presto li potrai riabbracciare.”
“Continuo a non capire. Non so dove mi trovo. Non so chi sei …”
“Qui sei al sicuro. Nessuno ti farà del male.”
“E perché mi trovo qui? Chi mi ci ha portato?”
“Sono stati i tuoi genitori. Loro ti volevano molto bene e hanno preso una decisione importante.”
“Di portarmi qui da te?”
“Non erano sicuri di me. Come non lo sono tanti altri.”
“Ma se non erano sicuri perché l'hanno fatto?”
“Perché ti volevano bene.”
“Non è vero! Se mi volevano bene non l'avrebbero fatto …”
“Non è così semplice, Andrea. La vita ci pone continuamente di fronte a delle scelte difficili da dover affrontare e alcune di esse, pur se all'apparenza potrebbero dimostrare il contrario, vengono prese soltanto grazie all'amore che si nutre verso gli altri.”
“Ma allora i miei genitori l'hanno fatto per il mio bene ...”
“Certo. Lo dimostra il fatto che tu adesso sei qui con me.”
“Ma allora tu sei …”
“Adesso corri Andrea, corri più forte che puoi e raggiungi quel pallone … ti aspetta una nuova partita … vincila per loro.”


SIA FATTA GIUSTIZIA!

John si svegliò di soprassalto. Era notte fonda e nella cella in cui era stato rinchiuso regnava il più assoluto silenzio, ma non riusciva a dormire.
Il suo pensiero era rivolto alla situazione disperata in cui si trovava, a quella “giustizia” che lo aveva imprigionato ingiustamente in un penitenziario di massima sicurezza, dove lo attendeva solo … la morte.
Eh sì, era stato condannato alla pena capitale per un reato che non aveva commesso. Fu accusato del macabro omicidio dell’anziana signora che viveva nell’abitazione accanto alla sua, con la quale non aveva un rapporto del tutto amichevole.
Ma poteva bastare quest'esiguo motivo per incolparlo di omicidio e farlo mettere, di conseguenza, sulla sedia elettrica?
Il fatto è che le prove a suo sfavore erano fin troppo evidenti, anche se potevano lasciare spazio ad una via d’uscita, che chiaramente non fu presa in considerazione a causa dei suoi precedenti penali e … il colore della sua pelle. Era uno “sporco negro”, così lo definì l’agente che lo arrestò il giorno successivo allo scoprimento del cadavere.
Come ho già riportato, era proprio una situazione disperata, dove su un innocente pesavano in modo eccessivo gli errori commessi in gioventù e il rapporto non ottimale con la vittima, nonché la sua natura di per sé “inferiore” d'uomo di colore.
Cosa avrebbe potuto fare? Come avrebbe fatto ad uscire indenne da quell’accusa ingiusta? Chi lo avrebbe salvato da quella morte atroce?
Questi erano gli interrogativi che percorrevano in continuazione le vie disperate e in preda al panico del suo organo vitale pensante, purtroppo, senza trovare risposta, senza trovare un via d’uscita, John era impotente davanti al suo destino.
“Perché mi hai fatto questo? Perché mi hai fatto accusare ingiustamente di un reato che non sarei mai stato capace di compiere? Che senso ha la mia ingiusta morte?”
Così John, un uomo di 36 anni, solo al mondo, con un passato tutt’altro che da ricordare, cercava risposte da Dio per quello che gli stava accadendo. Era un uomo di fede, credeva in Dio e nella sua bontà, si era riconciliato con lui dopo un’infanzia difficile vissuta tra furti, spaccio di sostanze stupefacenti e violenze recate a gente innocente, eppure adesso la sua fede era traballante, non riusciva più a trovare quel “filing” con Dio, con quell’essere buono che lo aveva aiutato ad uscire dal marcio e che adesso, inspiegabilmente, lo aveva inserito in un contesto poco chiaro, dove regnavano i dubbi più atroci e la disperazione più acuta.
Ma ripercorriamo la sua storia partendo dal momento chiave della sua vita, cioè la riconciliazione con la fede e la sua decisione di andare a vivere lontano dal suo brusco passato, cioè quando decise di acquistare una casetta in un paesino remoto della Georgia … proprio accanto all’abitazione della vittima.
Per guadagnarsi da vivere aveva trovato impiego come postino di quel paesino e tutto sembrava filare per il verso giusto, il suo passato ormai era solo un lontano ricordo. Aveva sistemato quella casetta con tanto amore, con le più essenziali accortezze, visto che il suo stipendio non gli avrebbe permesso di osare oltre e i soldi che aveva a disposizione, guadagnati con tanta fatica dopo anni di duro lavoro, non erano sufficienti per arredare la sua casa come avrebbe voluto. Nonostante tutto era felice e, forse la cosa più importante, aveva riacquistato la speranza e la gioia di vivere … e questo soprattutto grazie alla fede in Dio.
I primi problemi con l’anziana signora, un ex insegnante elementare che dopo la pensione si era dedicata allo studio della magia nera, cominciarono quando John scoprì che questa organizzava di tanto in tanto delle riunioni con i suoi ex alunni per plasmarli a servire Satana. Chiaramente non poteva starsene con le mani in mano, in fondo nessuno meglio di lui, che già aveva percorso quella strada, poteva sapere a quale immenso pericolo sarebbero potuti andare incontro quei fanciulli se avessero accolto le parole di quella persona folle.
Così cominciò a seguire la faccenda un po’ più da vicino, quando doveva consegnare la posta all’anziana signora, cercava di rubare con lo sguardo la minima traccia di quella losca attività, fino al punto di entrare di nascosto nella sua abitazione, di notte, mentre questa dormiva profondamente. Ma non riuscì mai a trovare una prova, un singolo dettaglio che avrebbe potuto mettere alle strette quella donna, fino a quando … fu sorpreso dalla stessa a rovistare nei suoi cassetti.
Da quel giorno John, non solo fu denunciato dall’anziana per tentato furto, ma perse anche il lavoro. Nonostante tutto, però, non voleva arrendersi, era convinto che la sua era una giusta causa e che, guidato dal Signore, sarebbe riuscito a fare giustizia e a far rinchiudere in prigione quella donna, che, nel frattempo, cominciò a sospettare di lui e a tenerlo sottocchio.
Così fra i due si creò una sorta di sfida che non passò inosservata agli occhi dei vicini e man mano degli abitanti del paesino.
Ma cosa nascondeva il postino John? Perché ce l’aveva con quella povera e indifesa anziana signora?
Questo si domandava la gente, lui chiaramente non poteva scoprirsi e rivelare a tutti ciò che aveva scoperto, ci volevano le prove, quelle prove che non era ancora riuscito a trovare e che stava disperatamente cercando per incastrare la donna.
Certo, avrebbe potuto chiamare la polizia durante la riunione che l’anziana intratteneva con i suoi ex alunni, tutti ragazzi fra i 7 e 10 anni, ma lui non voleva coinvolgere anche le famiglie dei piccoli, voleva incastrare soltanto lei, secondo lui sarebbe stato ingiusto recare del dolore ai loro inconsapevoli genitori. E poi sicuramente la donna avrebbe architettato tutto nei minimi particolari, era più astuta di quanto sembrava e magari con la scusa di continuare a insegnare la matematica ai piccoli, non si sarebbe mai fatta trovare dalla polizia con le mani nel sacco, avrebbe allestito il suo “teatrino” ad opera d’arte.
Ma chi era questa donna e perché voleva inculcare nelle fragili menti di quei ragazzi l’adorazione del Diavolo?
Non era facile rispondere a questa domanda e John non riuscì con la sua fede a trovarne il motivo. Un’idea comunque se l’era fatta, pensava che volesse in qualche modo sfogare la sua rabbia creando dei piccoli mostri per infliggere del male agli altri, ma non sapeva questa sua rabbia da cosa poteva essere scaturita, da quale torto subito o quale insoddisfazione provata.
Il tempo stringeva, John sapeva che doveva fare qualcosa, ma soprattutto prima che la denuncia legale, inflittagli dall’anziana signora per essersi fatto trovare a sbirciare di nascosto nella sua casa, avesse potuto portarlo in tribunale … doveva difendersi, doveva giustificare con la verità quel suo gesto, agli occhi della gente, oscuro e senza le prove non avrebbe potuto farlo.
Adesso era diventata una questione di vita, già aveva perso il lavoro per via di quella denuncia, non poteva addirittura passare per ladro e, chissà, finire in carcere per aver cercato di fare del bene agli altri. Sapeva che al suo fianco c’era Dio, ne era convinto, più che convinto, perché la sua era una giusta causa, perché lui doveva fermare il male, e il male in quel momento risiedeva in quella donna.
Così una notte, preso dalla determinazione più assoluta, uscì di casa e si arrampicò lungo lo scarico della grondaia dell’abitazione della donna, per entrare nella sua camera da letto attraverso la finestra lasciata socchiusa dalla stessa.
Non sapeva nemmeno lui cosa dovesse fare, sapeva soltanto che doveva fare qualcosa, qualsiasi cosa pur di uscire vittorioso da quella battaglia. Ma forse non aveva parlato prima con Dio, non si era confidato con lui, non aveva avuto modo, così, di ottenere il suo consenso e … il destino volle che la donna giaceva in terra priva di vita.
John le si avvicinò impaurito e si accorse subito che qualcosa di grave era successo. Una pozzanghera di sangue fiancheggiava l’anziana signora, lui sbadatamente ci finì dentro e preso dal panico cominciò a perdere il controllo, a disperarsi, ad andare avanti e indietro, e, di conseguenza, a spargere le orme di sangue in tutta la stanza. Andava verso la finestra per uscire e poi ci ripensava e tornava indietro, voleva chiamare la polizia, ma aveva paura di farlo, si avvicinava al corpo della vittima come se volesse girarla di viso, ma poi ritornava verso la finestra … insomma, John si trovava nel panico più completo.
Preso dall’ansia ebbe un gesto di nervosismo e spinse il corpo dell’anziana con rabbia verso il letto, che rimase con le spalle verso il pavimento … aveva un coltello che all’altezza del cuore l’aveva trafitta mortalmente, lui glielo sfilò e lo gettò a terra, ma nel frattempo si sporcò anche le mani di sangue e, poggiandosi un po’ qua e un po’ là, lasciò le sue impronte dappertutto.
Non sapeva più cosa fare, provò a parlare con Dio per riuscire insieme con lui a trovare una via d’uscita, ma non ottenne risposta, era solo al mondo, era solo con un cadavere sotto gli occhi.
All’improvviso sentì in lontananza le sirene della polizia avvicinarsi alla casa, così uscì di fretta dal retro della cucina e si rinchiuse tremante in camera sua senza nemmeno togliersi di dosso il sangue della donna ... si addormentò.
La mattina seguente fu svegliato dalla polizia che irruppe in casa sua e lo portò via in manette.
Questa è la storia di John, questa è la storia di un uomo che voleva sotterrare il suo pesante passato e che, invece, ci si è ritrovato dentro fino al collo.
Ma dove aveva sbagliato John? Quale è stato il suo più grande e fatale errore? Doveva semplicemente farsi gli affari suoi e continuare a vivere tranquillo la sua nuova vita, oppure aveva fatto bene a portare avanti il volere di Dio? Ma era effettivamente il volere di Dio, oppure si era assegnato spontaneamente il ruolo del salvatore della patria?
Sono tutte domande che non avevano più senso ormai, sono tutti quesiti che non avrebbero più avuto risposta, perché la risposta la sapeva soltanto Dio, solo lui sapeva perché John adesso si trovava ad un passo da una morte “ingiusta”.
Da lì a poco avrebbe consumato il suo ultimo e insipido pasto … lo sarebbero venuti a prendere per accompagnarlo lungo il corridoio silenzioso della morte … lo avrebbero costretto a sedersi su quella fredda sedia, colma di lacci e cavi elettrici … gli avrebbero bagnato i polsi e le caviglie prima di legarcelo con la forza … gli avrebbero fatto indossare un elmo anch’esso freddo e coperto il viso con un fazzoletto bianco, bianco come il colore della bandiera di chi si è dovuto arrendere davanti ad una legge assassina e al suo crudele destino … un prete avrebbe cominciato a pregare per il suo perdono e le sue parole sarebbero servite soltanto a rendere ancora più malinconici i suoi ultimi secondi di vita … lo stesso gli avrebbe dato la possibilità di dire le sue ultime parole prima che il boia avesse potuto abbassare la leva che gli avrebbe fatto cuocere la carne, schizzare gli occhi fuori delle orbite e sconfitto il suo ultimo battito di vita … poi l’avrebbero slegato e sepolto in quella folta lista di persone giustiziate … ingiustamente.
Fu immaginando tutto questo che John riuscì a capire finalmente il motivo per il quale Dio volle che la sua vita finisse in quel modo ingiusto, sì, lo aveva capito e … cominciò ad accettarlo senza opporsi, si lasciò andare completamente alla sua fede, quella stessa fede che fino a qualche istante prima era divenuta traballante, adesso era più solida che mai, non aveva più dubbi, aveva capito tutto.
“Figliolo, vuoi esprimere il tuo ultimo pensiero prima di incontrare Dio?” pronunciò il prete poco prima dell’esecuzione.
“Sì, padre, lo voglio.” rispose fiero John.
“Bene, inizia pure figliolo.”
John si rilassò e pronunciò queste parole poco prima di morire: “Dio ha voluto che io portassi a voi la sua parola e ha voluto che lo facessi proprio in questo momento delicato. Egli ci perdona e ci benedice tutti, anche le persone più cattive possono essere perdonate dal Signore, perché lui ci ama e l’amore che ci dà ha la forza per sconfiggere ogni male. Amate il prossimo come amate voi stessi, amate Dio perché lui vi ha donato il potere di amare.”
Qualche mese dopo l’esecuzione, il vero colpevole dell’omicidio dell’anziana signora, ovvero il padre di uno dei ragazzi coinvolti in quegli incontri, si costituì e confessò il delitto.
Fu allora che le parole pronunciate in punto di morte da John acquistarono il giusto valore: non erano più le parole di un uomo pentito per aver commesso quell’omicidio, ma erano le parole di un uomo innocente che aveva accettato senza opporsi il ruolo che Dio gli aveva assegnato … erano le parole del Signore … erano la prova che la giustizia esiste e che si trova in fondo ai nostri cuori.


L'ORA DELLA VENDETTA

Erano passati poco più di due anni da quando la Serbia aveva dichiarato ufficialmente guerra alla Croazia e per Dimitrije, un ragazzo croato di 18 anni appena compiuti, era finalmente giunto il momento di realizzare il suo più grande e ardente desiderio: arruolarsi nell’esercito per difendere la sua patria dall’invasore e … dar sfogo alla sua vendetta.
Si era arruolato volontario dopo aver subito i torti di una guerra assurda, vissuto sulla propria pelle le sofferenze inflitte dal nemico, ma soprattutto dopo aver assistito impotente all’esecuzione dei suoi genitori, prelevati con la forza dalla loro abitazione mentre lui passeggiava nei boschi e fucilati davanti ai suoi occhi proprio quando stava rientrando a casa.
I soccorsi prestati dai vicini, intervenuti tempestivamente dopo che il plotone d’esecuzione abbandonò il luogo del massacro, furono inutili, così come fu vano il suo straziarsi l’anima davanti ai corpi ormai mutilati dei suoi genitori.
“Dimitrije …” riuscì a mala pena a sussurrare suo padre qualche istante prima di morire.
“Sì papà! Dimmi!” rispose in preda al panico suo figlio.
“Ti voglio … bene …” furono le sue ultime parole.
Da quel momento Dimitrije rimase solo, aveva soltanto 15 anni e dentro di sé cominciò a nascere un impetuoso senso di vendetta, che tre anni dopo, appunto, si concretizzò nella decisione di arruolarsi per sfogare la sua rabbia, per riversare il male inflittogli su chi n’era stato la causa … per uccidere il nemico nello stesso modo in cui erano state atrocemente giustiziate le persone che lo avevano messo al mondo e cresciuto con tanto riguardo.
“Dimitrije. E’ il tuo turno!” lo avvisò il suo capitano mentre era intento ad allacciarsi il paracadute.
“Sono pronto.” rispose con aria fredda e impassibile.
Dimitrije si gettò nel vuoto. Era notte fonda e nei suoi occhi rivedeva in continuazione l’immagine dei suoi genitori che giacevano a terra con gli occhi aperti e impauriti, come se volessero implorare la grazia, come se volessero rivedere il loro unico figlio prima di morire, come se volessero fermare il tempo e tornare indietro, quando non c’era la guerra, quando il cielo era colorato di un azzurro intenso e, al posto degli aerei armati d’odio, si potevano osservare i passerotti planare felicemente.
Quanto aveva aspettato quel momento e … adesso era finalmente arrivato. Mentre scendeva nel buio della notte stringeva forte a sé la sua pistola, quasi come fosse la sua Bibbia, quasi come fosse l’unica strada per riportare in vita i suoi genitori ammazzati solo per dar sfogo alla rabbia, quella stessa rabbia che adesso lui voleva riversare contro il suo nemico.
Mancavano pochi metri prima di toccare il suolo e all’improvviso s’udirono degli spari: quello che doveva essere un attacco di sorpresa ad una postazione serba, si rivelò, invece, una battaglia faccia a faccia.
“Dimitrije! Togliti di lì!” gli gridò un suo compagno dopo essere atterrato proprio nel bel mezzo della sparatoria.
Fece appena in tempo a toccare terra e a fare qualche passo per ripararsi da quell’inferno di fuoco, che subito fu colpito di striscio al braccio destro.
Perdeva sangue e la ferita gli dava una fastidiosa e intensa sensazione di bruciore, era come se gli avessero passato con forza una spatola di chiodi poco sotto la spalla.
Provò, così, a ripararsi dietro una montagnetta di sassi per medicare la ferita e per sganciare definitivamente il paracadute rimastogli legato alla schiena, ma proprio quando stava alzandosi per prepararsi a combattere la sua battaglia, vide davanti a sé un figura umana che lo fissava e che gli stava puntando contro una pistola.
“Noooooooooooooooo!” si udì successivamente ad uno sparo e all’intenso bagliore dello stesso nel buio pesto della notte.
Dimitrije non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto che cosa stava accadendo intorno a lui, che gli cadde addosso il corpo privo di vita di un soldato serbo, molto probabilmente lo stesso soldato che qualche istante prima gli stava puntando la pistola sulla tempia per ucciderlo.
“Cazzo Dimitrije! C’è mancato poco! Stai più attento!” gli urlò il suo compagno che nel frattempo era giunto in suo aiuto.
“Grazie, ti devo la vita. Non accadrà più.” gli rispose ancora impaurito e frastornato.
Quello straccio di terra era diventato un vero e proprio campo di battaglia, dove due forze militari si stavano affrontando senza riservatezze per sfogare ognuno l’odio razzista provato nei confronti dell’altro. Nell’aria s’udivano i sibili dei numerosi colpi sparati e la pelle era investita in continuazione dagli spostamenti d’aria calda provocati dalle esplosioni delle bombe a mano lanciate da entrambe le parti.
In lontananza si sentivano i motori degli elicotteri che rifornivano i soldati di munizioni e nuove vite da sacrificare, mentre di tanto in tanto s’udivano anche le grida di dolore e disperate dei soldati rimasti feriti dalle numerose esplosioni.
In tutto questo insieme di frastuoni e lampi di luce improvvisi, Dimitrije provava a distinguere tra le fratte e i tronchi d’albero le ombre dei soldati nemici, sparando a volte alla cieca, a volte ferendone alcuni, stando attento a non farsi colpire nuovamente. Il tutto accadeva in modo casuale e confusionario, la battaglia non dava tregua e non c’era il tempo di pensare, si doveva, con attenta determinazione e precisione, scorgere il nemico in poche frazioni di secondo, sparare qualche colpo di mitra e ripararsi di fretta e furia per non essere colpiti. I movimenti erano sempre gli stessi, almeno fino a quando il capitano non ordinava di spostarsi in un’altra postazione, magari più comoda e sicura, in modo da poter attaccare meglio il nemico e, soprattutto, per non farsi stringere o circondare da quest’ultimo.
Ogni volta che Dimitrije si affacciava per sparare la sua dose di colpi, era cosciente che poteva essere l’ultima, che magari proprio quando si sarebbe affacciato avrebbe potuto prendersi in pieno volto il proiettile fatale. Nonostante questo, lui non aveva paura del pericolo, non aveva timore di morire, anzi, l’idea del rischio lo eccitava ancora di più e l’adrenalina nel suo sangue saliva vertiginosamente ogni volta che riusciva a ferire o a uccidere un soldato nemico.
“Fuori quattro … fuori cinque … fuori sei …” continuava a ripetere con sarcasmo un soldato accanto a lui ogni volta che aveva l’impressione di colpirne uno.
Dimitrije si fermò un attimo a osservarlo: ammirava moltissimo questo suo modo di comportarsi, perché anche in quei frangenti così difficili ed estremi, quando i compagni continuavano a caderti fra le braccia implorandoti di porre fine alle loro sofferenze, lui riusciva comunque a trovare il lato ironico e soprattutto a non avere paura della morte, quella stessa morte che poteva presentarsi all’improvviso davanti a loro e che li seguiva passo passo standogli con il fiato sul collo in ogni momento.
Nel mentre il capitano ordinò di avanzare: il nemico batteva in ritirata. Era ormai l’alba.
Lo scenario che si presentava ai soldati vittoriosi durante la loro avanzata, fra i quali c’era anche Dimitrije, era alquanto opprimente e terrificante: corpi mutilati erano sparsi ovunque, l’odore dolciastro del sangue era così forte che Dimitrije cercava di trattenere il respiro per non sentirlo, alcuni soldati si divertivano a sparare sui nemici ormai morti o su quelli che erano in fin di vita e che chiedevano la grazia.
Non c’era nemmeno un metro quadrato di terra che non portasse il peso di un braccio, una gamba, un corpo all’apparenza integro, un grumo di sangue, un elmetto forato da un proiettile assassino, un caricatore scarico, un solco provocato da un’esplosione, insomma, non c’era più vita, se non quella dei soldati vittoriosi e stanchi, che marciavano in attesa di nuove disposizioni verso est.
Dimitrije trascinava le gambe su quella terra, scansando i resti umani che gli si ponevano di fronte e cercando di tapparsi il naso per non sentire l’odore della guerra … della morte … di quella vittoria che pian piano cominciava a tramutarsi in una sconfitta, una sconfitta che pesava su tutti quei valori che fino a qualche anno prima i suoi genitori avevano conservato in lui.
Dov’era finito l’amore? Dove si nascondeva la gioia di vivere in armonia con il mondo? In quale angolo oscuro risiedeva il sentimento?
Eh sì … il sentimento.
Gli unici sentimenti che era riuscito a provare fino a quel momento, da quando gli avevano ucciso i suoi genitori, erano l’odio, la rabbia e la vendetta, e si nascondevano tutti dietro a … un mitra … una bomba a mano ... una pistola … tutti oggetti freddi, che servivano solo a gelare sé stessi, ad uccidere sì il sentimento, ma quello vero, non l’odio e la rabbia, ma l’amore, l’amicizia, la … felicità.
Ma allora, a cosa sarebbe servito uccidere il nemico, ad appagare il nostro senso di vendetta o soltanto ad ammazzare noi stessi? A prosciugarci dell’amore?
Dimitrije cominciò a sentirsi fuori luogo. Tutta quell’adrenalina e quell’euforia provata durante la battaglia, la sua prima battaglia, adesso aveva lasciato il posto al dubbio e al pentimento. Voleva mettersi a piangere ma non poteva, lui era un soldato scelto e doveva mostrare la sua forza, la sua determinazione a uccidere il nemico, portare alto il nome della sua patria.
Ma quale patria e patria! Continuando ad uccidere non avrebbe portato niente in alto, se non le anime delle vittime innocenti ammazzate senza un briciolo di pietà!
“Dimitrije.” gli domandò un compagno, lo stesso che gli aveva salvato la vita qualche ora prima.
“Lasciami in pace!” gli rispose d’istinto.
“Ma cos’hai? Perché quella faccia? Abbiamo vinto! Li abbiamo fatti fuori tutti quei bastardi!”
“No, caro amico. Non abbiamo vinto niente. Abbiamo perso.” gli rispose con aria abbattuta.
“Ma che dici? Ti sei bevuto il cervello? Non c’è più un soldato serbo vivo nel raggio di cinque miglia!” continuava euforico a non capire i discorsi di Dimitrije.
“E questa me la chiami vittoria? Guardati intorno e dimmi cosa vedi. Intorno a noi non ci sono altro che morti, corpi dilaniati, un odore insopportabile! Me la chiami vita questa? E’ questo quello a cui aspiravi quando eri un fanciullo? Era uccidere e non avere soldati nemici vivi per un raggio di cinque miglia?”
Il compagno abbassò il capo verso terra e rispose: “Io sono qui perché sono rimasto orfano. I soldati serbi hanno ucciso la mia famiglia. Volevo vendicarmi e ucciderli tutti quei maledetti! Riesci a capirmi?”
“Sì, ti capisco. Anch’io mi trovo qui per il tuo stesso motivo.” gli rispose Dimitrije mentre una lacrima gli scese lungo il viso.
“Comunque hai ragione.” se n’uscì il compagno, aggiungendo: “A dire il vero non mi sento per niente soddisfatto. Pensavo che dopo la morte dei miei genitori, l’unica mia ragione di vita fosse uccidere i responsabili per vendicarli, ma …” si fermò intristito.
“Non aggiungere altro. Ci siamo capiti.”
“Adesso cosa farai?” gli domandò.
“Voglio andare via da questo schifo. Appena raggiungeremo i nostri, chiederò al capitano di essere dimesso.”
“E dove andrai?” continuò a chiedergli il compagno.
“Lontano dalla guerra, dall’odio e dal dolore. Voglio ricominciare a vivere. Voglio ricominciare ad avere speranza e … ad amare. Sì, amare. Voglio avere una vita normale e farmi una famiglia. Avere tanti figli e dare loro ciò che i miei genitori hanno dato a me. Se mio padre avesse visto cosa sono stato capace di fare oggi, mi ripudierebbe come figlio. Non è con la vendetta che daremo un senso alla nostra vita. Non è la guerra la cura ai nostri mali. E’ l’amore l’unica cura di cui abbiamo tutti bisogno.” concluse Dimitrije avviandosi a testa alta verso il sorgere del sole.


GLI INCUBI DI SMITH

“Ma che ore sono! Accidenti!” se n’uscì svegliandosi di soprassalto, mentre nella stanza danzavano le ombre degli alberi del giardino di fronte casa.
“Sono le tre del mattino … oh no … è successo ancora ...”
Era da qualche mese, ormai, che Smith era solito svegliarsi durante la notte e ogni volta senza ricordare nulla, né un brutto sogno, né un malore improvviso, tutto ad un tratto apriva gli occhi e … si alzava di scatto, trovandosi dinanzi il solito e tetro scenario notturno della sua camera.
Ogni volta guardava la sveglia sul comodino accanto al letto e ogni santa volta era notte fonda … le due, le tre, le quattro del mattino.
Le aveva provate tutte per cercare di non svegliarsi più: con i farmaci, riempiendosi di sonniferi quasi come volesse suicidarsi; con un’intensa attività fisica giornaliera, pensando che magari durante la notte sarebbe crollato dalla stanchezza e addirittura scolandosi un’intera bottiglia di whisky, il suo preferito, ma … non c’era niente da fare. I suoi occhi si spalancavano completamente come terrorizzati, come se avessero visto chissà quale atroce delitto, quale violenza. Eppure non ricordava mai niente. Mistero.
I medici non riscontrarono nulla d’anomalo in lui. Nessun tipo di una qualche strana malattia, o allergia, o stanchezza, o insonnia, insomma, niente di tutto ciò. Era un uomo di trentacinque anni in perfette condizioni fisiche e mentali. Ed era proprio questo che lo teneva in apprensione.
Se fosse stato malato o avesse avuto delle abitudini particolari, allora sì, la spiegazione l’avrebbe avuta ben salda davanti ai suoi occhi. Magari era solito alzarsi a quell’ora quando lavorava come guardiano notturno al museo archeologico sito a due isolati dal centro della città … ma lui non aveva mai lavorato come guardiano! Era, ormai da circa diciassett’anni, un semplice impiegato di banca, “single”, come teneva a precisare lui stesso, e per giunta senza aver mai conosciuto i suoi genitori.
Eh sì. Gli unici ricordi che aveva della sua infanzia erano legati all’orfanotrofio che lo accolse quando era ancora in fasce e ai suoi “compagni di sventura”, almeno così li chiamava lui, gli altri poveri bimbi che erano stati abbandonati da chi li aveva messi al mondo per sbaglio o perché non era nelle condizioni economiche per sfamarli come avrebbe, invece, dovuto.
“Sei stato abbandonato dai tuoi genitori e portato qui quando avevi qualche ora di vita.” gli ripeteva ogni volta Suor Concetta, la direttrice dell’orfanotrofio, quando era assalito dai numerosi dubbi legati alle sue oscure origini.
“I tuoi genitori non sono mai stati trovati. Non si sa neppure chi siano. Mi spiace Smith. Dovrai rassegnarti.”
Eppure doveva esserci qualche infinitesima traccia di lui trascritta da qualche parte, non so, in un archivio polveroso sperduto, chissà, in quale oscuro ospedale di periferia, oppure in una qualche lurida clinica privata. “Un’ostetrica avrà pure assistito al parto di mia madre! Avrà appuntato su qualche pezzo di carta straccia la mia nascita!” continuava a ripetersi senza trovare pace.
“Non posso essere il figlio di nessuno … perché proprio a me! DIO! Se esiste una giustizia a questo mondo, dimmi perché è capitato proprio a me!”
Erano trascorsi numerosi anni da quelle continue domande senza risposta, da quei momenti di disperazione e smarrimento, quando non passava un solo attimo senza che il suo pensiero si volgesse all’immaginare il viso di sua madre, a come poteva essere fisicamente, alta, bassa, magra, di che colore aveva gli occhi, magari di un azzurro intenso come i suoi, o forse li aveva ereditati dal padre, sì, suo padre. Ma chi era suo padre? Avrà mai avuto un uomo affianco a sé la donna che lo ha messo al mondo, oppure era stata abbandonata quando si erano accorti di aspettare lui, Smith … il figlio di nessuno?
In realtà, il suo nome, Smith, gli era stato donato da Suor Assunta, la sorella che si prese sin da subito cura di lui appena giunto in orfanotrofio. Lo chiamò Smith perché, a detta sua, assomigliava vagamente al protagonista di una serie poliziesca che lei seguiva assiduamente tutti i giovedì sera su una rete televisiva locale. Smith, come l’intraprendente e tenace investigatore privato. Ma lui, il vero Smith, si sentiva soltanto un normalissimo impiegato di banca, d’origini ignote e con un nuovo e preoccupante problema da risolvere.
Uscendo dall’orfanotrofio, ormai maggiorenne, e salutando a denti stretti, trattenendo le lacrime, le persone care che lo avevano cresciuto donandogli l’amore degno dei migliori genitori, Smith decise di voltare pagina e di ricominciare una nuova vita, chiudendo definitivamente la porta in faccia ai suoi mille perché.
E così fu per diciassette e lunghi anni. Ma qualcosa di grosso, che nemmeno lui sapeva spiegarsi, stava tornando irrimediabilmente a galla.
“Amore perdonami! E’ stato uno sbaglio … non succederà mai più! Ti evito, non farmi del male … ”
“No! Non è stato uno sbaglio! SEI UNA PUTTANA! Avrai quello che meritano le donne come te! Tieni … prendi questo … e anche questo … e quest’altro ancora … ”
“Ma che sta dicendo! Smith! Si svegli! Oddio mio!”
“NOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!” urlò sollevandosi di scatto, mentre la signora Maria, la sua governante, lo scuoteva con l’intento di salvarlo da quel terribile incubo che lo aveva rapito.
“Ma cosa è successo? Cosa stava sognando? Si sente bene Smith?” continuava a ripetergli agitata la donna, che ogni domenica mattina, all’alba, andava a risistemargli l’appartamento.
“Smith! Perché ha quegli occhi persi nel vuoto? Non mi faccia stare in ansia, mi risponda! La prego!” insisteva, mentre lui non batteva ciglio.
“Sto bene! Si tranquillizzi!” sbottò voltandosi all’improvviso, facendo sobbalzare l’anziana signora.
Il silenzio colmò la stanza per qualche istante.
“Cos’è successo? Come mai è qui? Che ore sono?” se n’uscì Smith appena riprese i contatti con la realtà.
“Sono le quattro.” rispose lei.
“Le quattro?” ribadì sorpreso.
“Questa notte non riuscivo a dormire e così ho anticipato d’un paio d’ore la mia visita. Avevo iniziato a spolverare il salotto, ma poi l’ho sentita lamentarsi. Pensavo le fosse preso un malore improvviso e così sono entrata nella sua stanza. Ed è allora che ha iniziato ad urlare. Mi ha fatto paura. Poi ho capito che era soltanto un brutto sogno e ho cercato subito di svegliarla.”
“Un brutto sogno? Come al solito non ricordo nulla … ha detto che stavo urlando, cosa dicevo di preciso?” domandò incuriosito Smith.
“Beh, appena entrata nella stanza, mi sono sentita dare della donnaccia. Poi ho capito che non l’aveva con me. Comunque doveva essere molto arrabbiato … nel sogno.”
“E poi? Ho detto qualcos’altro? Sono mesi ormai che mi sveglio durante la notte e non ricordo mai niente di niente.”
“Penso che volesse punirla … la donnaccia. Forse la stava picchiando, non so …”
“Mmm … allora poco prima di svegliarmi, ogni notte, ho degl’incubi … già … ma chi è questa donna e perché ce l’ho con lei? Cosa mi avrà fatto e … cosa le stavo facendo, invece, io?” si bloccò a rimuginare.
“Scusi, si sente bene? Dovrei effettuare un versamento e … andrei un po’ di fretta … sa …”
“Sì, mi scusi lei … su che numero di conto vuole effettuare il versamento?” si riprese da dietro al bancone.
C’era qualcosa di strano, eccome se c’era. Poco prima di svegliarsi si lamentava, strillava, si dimenava nel letto e poi … non ricordava più nulla. Accidenti! Ma chi era Smith? Quale ignaro episodio aveva vissuto nella sua vita passata che era stato rimosso dalle sue membra?
“Chi sono veramente? Non so niente di me, dei miei genitori, di chi mi ha portato in questo fottutissimo orfanotrofio! So solo che mi avete chiamato Smith, che dopo essere uscito di qui ho trovato un lavoro in banca, che non ho una ragazza fissa che mi sopporti e che ogni maledettissimo giorno mi sveglio nel bel mezzo della notte dando della puttana ad una donna che nemmeno conosco! Ma cosa mi sta succedendo … Suor Concetta … almeno tu, adesso, dammi una risposta … io non ce la faccio più … davvero …“ scoppiò in un pianto isterico, lasciandosi cadere sul bracciolo destro del divano di stoffa che per tanti anni lo aveva coccolato.
S’addormentò.
“Svegliati Smith.”
Riuscì a mala pena ad aprire gli occhi, che una luce fortissima gli fece ritirare l’iride e socchiudere le palpebre. “Chi sei … dove mi trovo …”
“Sono il dottor Smith. Barney Smith. Primario della C.R.C. International.”
“Cierrecicché? Dove mi avete portato … e poi cos’è questa luce accecante? Perché mi avete legato a questo lettino! E’ uno scherzo … vero?”
Il dottore gli tolse la lampada dal viso.
“Smith, tu rappresenti la mia più grande vittoria.” affermò con un sorrisetto a mezza bocca, soddisfatto il misterioso dottore.
“La sua più grande cosa?” ribadì, mentre si stava man mano riprendendo dall’effetto della droga somministratagli durante il sonno.
“La mia più grande soddisfazione … figliolo mio.”
“Ma … allora tu sei … sei … sei quel bastardo di mio padre … non è vero?”
“In un certo senso.” gli rispose, poi aggiunse: “Tranne per il bastardo … che, in questo caso, potresti essere benissimo tu.”
Il ragazzo continuava ad essere confuso. Gli sembrava di vivere in un sogno, forse uno dei suoi soliti incubi notturni. Ancora sotto l’effetto della droga, rimase in silenzio per qualche minuto, cercando di capire cosa stesse facendo quell’uomo dal camice bianco, forse suo padre, non ne era ancora sicuro, che cianfrugliava con delle strane bottigliette e una lunga siringa. Poi, stordito, se n’uscì: “Se tu sei mio padre … dov’è mia madre? Perché ti sei fatto vivo soltanto adesso? E poi perché sei fiero di me? Per cosa? Per non essermi suicidato quando avevo sedic’anni durante una delle mie tante crisi d’identità?”
“Non te lo avremmo permesso … ragazzo.“ gli rispose.
“Ma … allora … sapevi dell’orfanotrofio … t’interessavi a me … e perché non mi sei mai venuto a trovare?”
“Lo sapeva benissimo, Smith. Ma non poteva incontrarti per non compromettere l’esperimento.” irruppe Suor Concetta nella stanza, ch’era nascosta in un angolo buio della stessa, dal quale aveva seguito tutta la scena.
“Suor … Concetta? Ma … che …”
“Tu non hai una vera famiglia, Smith.” lo freddò il dottore, che aggiunse: “Io non sono il tuo vero padre e tu non hai mai avuto una vera madre. Sei solo un … clone.”
“Ma cosa … io sarei un … un … esperimento? Una cavia … un clone?” rimase sbigottito Smith, non riuscendo ancora a rendersi conto della veridicità della questione.
La suora glielo confermò con una lieve flessione del capo.
“Non è possibile …” si disperò. “… ho passato una vita a chiedermi chi fossero e cosa stessero facendo i miei genitori … chi mi AVEVA MESSO AL MONDO!!!” urlò lo stesso. “Trentacinque fottutissimi anni vissuti tra dubbi, sofferenze, speranze, sogni, come quello di riabbracciare un giorno mia madre e … è stata tutta una farsa … LA MIA VITA E’ UNA STRAFOTTUTTISSIMA FARSA? No … non voglio crederci … sto sognando … BRUTTI BASTARDI, ditemi che STO SOGNANDO!”
“Non stai sognando, ragazzo. Sei la reale conferma che la mia teoria funziona. Sei la conferma vivente ch’è possibile, non soltanto clonare un embrione umano, ma modificarlo geneticamente durante la stessa fase di clonazione … è fantastico!”
“No … non è fantastico … siete riusciti a rovinare la vita, il dono più bello che Dio ha donato a tutti noi … LURIDI PEZZI DI MERDA … siete riusciti a calpestarla … a svuotare l’amore di un gesto estremo donato dal cielo, creando … una … creatura da laboratorio … un essere umano a … metà …” scesero abbattute le lacrime dal viso del ragazzo, che abbassò ormai distrutto lo sguardo a terra.
“Il sacrificio di una o più vite umane può portare grandi benefici per l’umanità. Oggi grazie a te e alla tua vita, donatati non dal tuo DIO, caro ragazzo, ma dal sottoscritto, il grandioso dottor Barney Smith, sono riuscito a trasformare uno spietato assassino, che aveva ucciso prima sua moglie con 46 coltellate e poi altre tredici puttane traditrici come lei, in un sempliciotto come te, che non farebbe male a un’insipida mosca, rimuovendo dall’embrione la sua aggressività, la sua rabbia, la sua pericolosità, il suo indole di puro assassino … è una grande scoperta, ragazzo, che rivoluzionerà il mondo.”
“E adesso che ha dimostrato la sua fottuta teoria … che sarà di me … della mia … vita?”
“Tu sei il risultato di una ricerca durata oltre diec’anni, ma sei anche la prova schiacciante che potrebbe mettermi nei guai con la giustizia. La clonazione umana è vietata, caro ragazzo mio. Il veleno che ho appena finito di preparare, appena entrerà in circolazione nel tuo sangue, ti scioglierà come un ghiacciolo al sole nel giro di qualche minuto. Non rimarrà nulla di te. Niente che possa ricollegare il tuo DNA a quello di quel bastardo di … tuo padre.” intimò il dottor Smith, avvicinandosi minacciosamente con in mano il veleno.
“Addio … mia fantastica creatura …”
“Mi levi le sue manacce di dosso!”
“Si fermi! Getti quella siringa!” irruppe una voce nella stanza, dopo che la porta di vetro del laboratorio cadde in frantumi. “Lei è in arresto dottor Smith. E anche lei Suor Concetta. Mettetegli le manette, svelti!”
Era arrivata la polizia.
Il dottor Barney Smith e la sua aiutante, Suor Concetta, la direttrice dell’orfanotrofio, l’unica tra le sorelle ad essere a conoscenza della reale provenienza del povero ragazzo, furono così arrestati da una squadra speciale della polizia locale, che li teneva d’occhio, ormai, già da qualche anno, proprio per via degli esperimenti sulla clonazione umana che il malefico dottore portava avanti di nascosto nel suo laboratorio.
“Cosa farai adesso?” domandò il commissario a Smith, dopo averlo prontamente sciolto da quei lacci stretti che lo tenevano immobilizzato al lettino.
“E’ dura, ma cercherò di tornare alla mia vita … o a quello che ne resta. E’ triste ammetterlo, ma la sensazione che si prova è come quella che si ha quando ci si sveglia all’improvviso in piena notte e ci si sente storditi per qualche istante prima di riprendere i contatti con la realtà … ho paura di non riuscire più a riprendermi, commissario.”
“Sei un ragazzo forte, vedrai che fra qualche tempo avrai dimenticato tutta quest’assurda storia.”
“Lo spero tanto.” concluse Smith. “Lo spero tanto ...” ripeté avviandosi verso l’uscita scortato da un agente.


TOCCANDO IL FONDO

La stanza era buia. Pesta. Prontamente chiusa a chiave per non far entrare la violenza di un uomo, suo padre, troppo ubriaco per rendersi conto di ciò che stava facendo, di quale crimine stava commettendo nei confronti di una famiglia, la sua, all’apparenza troppo tranquilla per essere realmente tale.
“Proprio una famigliola per bene.” commentavano ignari i passanti che la scorgevano passeggiare, di tanto in tanto, nei pomeriggi soleggiati delle domeniche primaverili lungo la via principale del paese, sempre attenti a scrutare il singolo movimento di ognuno, le abitudini e i costumi, ma tanto stupidi da non dubitare di quella loro immagine quasi perfetta, anche troppo, direi.
I coniugi Biasi, insieme al loro figlioletto Antonio, di soli cinque anni, s’erano rifugiati in quel posto ai confini della più insistente curiosità femminile, tra l’arido delle campagne e l’assordante silenzio delle lunghe e grigie distese, dopo aver vissuto per molti anni in città.
Avevano preso in affitto un casolare posto ad una diecina di chilometri di distanza dal colmo della vita paesana, sperduto tra i campi orfani, talmente remoto da tenere ben protetta la rabbia di un uomo insoddisfatto dalla propria esistenza e da sua moglie Ines, lasciata ogni giorno in solitudine ad accudire la proprietà ed il piccolo Antonio, mentre lui girovagava per la provincia insieme alla sua cupa veste di rappresentante di generi alimentari del luogo.
Chissà cosa faceva lui durante l’arco della giornata, s’era solito frequentare donnacce d’ogni età o se, effettivamente, aveva ben cura del suo lavoro. Fatto sta, che col calare della luce naturale, ogni sera, sul volto della povera Ines scendeva l’ombra della timorosa attesa del marito, seguita dalla pronta chiusura della camera del figlioletto, che attendeva, anche lui, il rientro del padre ben nascosto dalle irte coperte e col guanciale ben aderente al viso per celare occhi e orecchie.
Anche quella sera l’uomo tornò ubriaco e iroso, insoddisfatto come suo solito, e anche quella sera il piccolo Antonio cercò di non immaginare nulla di ciò che stava accadendo al di là di quella spessa porta, sotto la quale si potevano scorgere le ombre agitate dei suoi genitori e la voce alticcia di lui, mentre picchiava brutalmente sua madre: calci, pugni, cinghiate, di tanto in tanto s’udiva il rumore sordo d’un piatto lasciato cadere in terra e ad ogni colpo inflitto alla povera donna, Antonio chiudeva gli occhi d’istinto e cercava di tapparsi il più possibile le orecchie per non sentire quelle urla disperate.
“Dov’è quel piccolo bastardo! Dov’è!” infieriva, rapito dall’ira, tentando invano di forzare la porta che lo separava dall’indifeso Antonio, il quale sentiva dei violenti brividi di freddo ogni volta che questa vibrava dei colpi del padre.
“Dov’è! Dov’è! Dammi la chiave o la butto giù!” continuava imperterrito, mentre la donna cercava di farle scudo col suo esile corpo.
Ma quella porta, alla fine, dopo aver resistito gloriosamente a tanta e convulsa rabbia, s’arrese stanca di fronte a quell’insistenza e abbattendosi sul pavimento, con un chiasso assordante e premonitore, segnò all’improvviso una evidente e quanto mai disperata linea di terrore sul viso di Ines: doveva proteggere suo figlio ad ogni costo.
“Dove sei! Esci fuori! Adesso il paparino viene a prenderti!” udiva terrorizzato e tremolante Antonio poco prima di sentire quello sparo, un rumore violento e assordante, quasi come quello della porta arresasi qualche istante prima.
Il corpo in fin di vita dell’uomo cadde di fianco ad Antonio, mostrandosi a quest’ultimo con gli occhi gonfi e impassibili, mentre una linea rossa gli scendeva ricca lungo la tempia ancora pulsante, seguita dal pianto straziante e isterico di Ines, che lo aveva fulminato prima che potesse fare del male a suo figlio, nascostosi qualche istante prima sotto al letto.
“Perdonami Antonio …” sembrava voler confessare prima della morte a suo figlio, che rimase immobile a fissare quel volto che lo fissava a sua volta, man mano sempre più inconsciamente, in mezzo a una crescente pozzanghera di sangue.
Chissà se sentiva dolore o se l’effetto dell’alcool che gli scorreva ancora nelle vene lo stava preservando da quell’improvvisa sensazione di freddo che si avverte poco prima di morire. Chissà se sua madre, invece, stava versando lacrime isteriche per il dolore procuratogli dalle ferite o per aver contribuito anch’essa, sparando al marito, all’affondamento definitivo della famiglia Biasi nell’impetuoso mare della disperazione.
Come sarebbe stato bello se fossero ancora entrambi lì con lui, “vivi”, abbracciati e sorridenti come un anno fa, quando passeggiavano lungo le vie affollate del centro, in mezzo a tanta gente distratta e ai venditori che urlavano la loro mercanzia.
Come sarebbe stato bello, sì, ma ora davanti a sé aveva soltanto il viso insanguinato, ormai privo di vita, del padre e il pianto convulso e isterico di sua madre: un’immagine troppo cruda da digerire per il suo fragile animo bambino.
“E’ stato soltanto un brutto sogno Antonio.” gli ripeteva sua madre per tranquillizzarlo, o forse per tranquillizzare se stessa, chi lo sa. “Ti porterò un po’ dalla nonna, in città, lì starai bene. La mamma ti verrà a trovare, te lo prometto.”
Passarono ben dodici anni da quelle parole, da quella promessa mai mantenuta e che sarebbe rimasta tale in eterno, ormai.
“Cos’hai Antonio, perché quella faccia da funerale?”
“Nulla d’importante ...” rispose alla sua ragazza, mentre le passava quella dose.
“Mia madre è morta ieri, in carcere. Non ce l’ha fatta a superare il dolore …” aggiunse poco dopo lo stesso.
“Mi spiace un casino Antonio … scusami, non volevo …”
“Già.” rispose rattristato, mentre preparava un’altra dose, la sua.
“Stenditi qui accanto a me.” continuò legandosi ben stretto un laccio poco sopra il polso.
Antonio e la sua ragazza, Annarosa, anche lei della sua stessa età, si facevano ormai da qualche anno. Entrambi, in questo modo, cercavano di sotterrare un passato crudele e disonesto, troppo pesante da sostenere sulle loro esili spalle.
Lei, da quando aveva poco più di dieci anni, veniva molestata dal suo patrigno, un malvivente locale, mentre sua madre era troppo impegnata a trattare con i suoi clienti per accorgersi di tali abusi, semmai gliene fosse interessato qualcosa, dato che era più attenta a far quadrare i conti che a interessarsi dei problemi della figlia. Non aveva mai conosciuto il suo vero padre, forse, pensava, uno dei clienti abituali di sua madre, chissà.
Iniziò ad affogare i suoi dolori nell’alcool appena quindicenne, con gli amici, quegli stessi amici che un anno dopo la portarono a conoscere Antonio e a farsi con lui, per dimenticare … per mettere il sigillo definitivo a quella vita inutile, priva di significato e di speranze, quelle speranze che ogni bambino, crescendo, dovrebbe portare fiero accanto a sé. Speranze che ormai risiedevano all’interno di una squallida siringa e a quel veleno che gli stava portando via ogni giorno un pezzo di vita, proprio lì, davanti a quel tramonto, distesi su di una collinetta appena fuori città, mentre osservavano spegnere i loro occhi, abbandonati, persi in quell’oblio di disperazione che chiamavano istintivamente “roba”.
Sì, roba. Così la chiamavano tutti quanti. “Ce l’hai quella roba che ti ho chiesto?”, “Me l’hai portata quella roba?”, ripetevano ogni volta a quello spacciatore di morte, sempre lo stesso, che abitualmente li riforniva della loro linfa distruttiva, che insieme ai loro brutti ricordi distruggeva anche la loro anima, la stava logorando, si stava impossessando di loro e della loro indifesa e giovane età.
Ormai quella dose era entrata in circolo, nel loro sangue, mentre i loro occhi si perdevano sempre più in quella fase di stordimento, di mancamento.
Si guardarono per un istante, come si guardano di solito due innamorati stanchi, dopo aver fatto l’amore, poco prima di addormentarsi.
“Antonio … lo vedi anche tu?”
“Che cosa …”
“Il sole, si sta spegnendo …”
Antonio non le rispose. Lo sapeva già. Tutte le volte era così.
Ormai non riusciva più ad aprire gli occhi, le labbra e la testa, appoggiata sul braccio di lei, stanca, pesante ma nello stesso tempo vuota, vuota come loro stessi desideravano, vuota da ogni problema, da ogni ricordo, da ogni dolore, ormai lontano, sempre più lontano, si stava allontanando, sempre più … lo stavamo perdendo: “Antonio … rispondi … Antonio …” ripeteva lei, qualche ora dopo, mentre riacquistava lucidità.
Ma ormai Antonio era andato, non ce l’aveva fatta … e lui lo sapeva che sarebbe stata l’ultima volta, l’ultima volta che avrebbe visto il sole spegnersi, l’ultima volta che avrebbe visto gli occhi di lei chiudersi lentamente, insieme ai suoi, ma soprattutto l’ultima volta che avrebbe rivisto gli occhi gonfi e impassibili di suo padre, che lo guardavano e che sembravano volessero confessargli: “Perdonami Antonio …”
L’ultima dose, quella fatale, prima di sussurrare al cielo “Perdonatemi …”, lì, disteso sul prato, poco prima di morire, quella sera, davanti al sole che si stava spegnendo, per l’ultima volta.


L'ULTIMO FAVORE

E’ una triste storia quella che mi accingo a raccontarvi. Una storia che ha dell’incredibile e che mi vede, mio malgrado, protagonista, insieme con un mio carissimo amico e un telefono cellulare.
Sì, avete capito bene, un “normalissimo”, ma quanto mai straordinario, telefono cellulare … lo stesso che mi era stato richiesto lo scorso anno proprio da Ennio durante uno dei nostri piacevoli, anche se sporadici, incontri a casa sua: “Se riesci a rimediarlo, la prossima volta che passi a trovarmi, portami un cellulare col navigatore satellitare.”
“Costano un sacco di soldi.” affermai prontamente, aggiungendo subito dopo: “Però se me ne capita uno a buon prezzo, te lo faccio sapere.”
Ad essere sincero, non era la prima volta che mi chiedeva di rimediargli un telefono cellulare, eppure, come già accaduto in precedenza, non presi molto seriamente la sua richiesta, e questo non perché reputassi Ennio una persona poco affidabile, anzi, tutt'altro, non avevo mai conosciuto nessuno più serio e preciso di lui, ma quelle richieste mi davano come l'impressione di essere soltanto una semplice chiacchierata tra amici: niente di serio, pensavo, ma alla fine doveva essere sicuramente così, altrimenti, durante la mia permanenza da lui, me lo avrebbe ricordato più volte ... io, al suo posto, lo avrei fatto.
Così, come potete immaginare, il tutto sfumò nell'oblio della dimenticanza e trascorsero dei mesi prima di poterci nuovamente incontrare: questa volta, però, la situazione era ben diversa.
Qualche settimana prima, infatti, come accadeva solitamente quando non avevamo modo di vederci di persona, ebbi l'occasione di parlare telefonicamente con la moglie: “Ciao, come va?”
“Non bene, purtroppo ...” mi rispose con voce fioca, come se volesse parlare sottovoce per non farsi sentire da chi era vicino a lei: “... Ennio qualche giorno fa ha accusato un forte dolore alla schiena e lo abbiamo dovuto portare al pronto soccorso. L'hanno trattenuto per accertamenti.”
“Ah ... mi spiace ...“ rimasi un attimo spiazzato, poi mi ripresi: “... spero non sia nulla di grave. Come sta adesso?”
“Lui ora sta bene, ma sulle lastre ai polmoni c'è una macchia scura. I medici sostengono che potrebbe essere una polmonite o ... al peggio ... un tumore ...”
All'improvviso nella mia stanza calò l'oscurità e fui avvolto dal silenzio più assoluto: non era semplice mettere a fuoco una simile ipotesi, mi sembrava così assurdo che non riuscivo a credere a ciò che mi era stato appena riferito dalla moglie.
Era l'ultima tra le cose che mi sarei aspettato di sentirmi dire in quella telefonata e, ormai sotto shock, dopo aver riattaccato, rimasi qualche istante con gli occhi persi nel vuoto a pensare: “No, non può essere un tumore ... sono convinto che dopo aver effettuato gli accertamenti del caso, confermeranno l'ipotesi della polmonite ...” speravo dentro di me e, nel frattempo, ero terrorizzato dall'idea che potesse essere, invece, qualcosa di più grave, di così irrimediabilmente grave.
“Spero con tutto il cuore che Ennio non abbia nulla di serio ...” m'interruppe la mia compagna quasi con le lacrime agli occhi: “... ma nella peggiore delle ipotesi dobbiamo fare in modo di andarlo a trovare il prima possibile, perché la sua salute potrebbe peggiorare di giorno in giorno ...”
Era davvero dura da accettare, ma come potevo dargli torto? Se da una parte la speranza che Ennio non fosse così gravemente malato era l'unico appiglio al quale c’eravamo aggrappati tutti, in primis i familiari, dall'altra, però, l'idea di vedere con i miei occhi un carissimo amico “appassire” di giorno in giorno come un fiore al quale era stata falciata la radice, beh, mi logorava dentro, facendomi sentire disperatamente impotente davanti ad un simile catastrofico scenario: eppure il tempo stringeva e in quell'angosciante attesa del verdetto dei medici, non dovevamo perdere altro tempo.
Decidemmo, così, di andarlo a trovare, io e la mia compagna, qualche settimana più tardi, quando fu dimesso dall'ospedale che lo aveva tenuto in cura, portandosi con sé, purtroppo, la drammatica conferma di avere un cancro ai polmoni.
A volte mi domando il perché la vita di alcuni di noi debba essere così crudele e non auguro veramente a nessuno di trovarsi nella stessa situazione del povero Ennio, affetto da un male quasi incurabile, con esigue possibilità di guarigione, e, tra l'altro, pienamente consapevole di non essere in grado di calcolare il tempo che gli rimaneva ancora da vivere, se ce l'avrebbe fatta, oppure ... no.
Nessuno di noi sapeva se e per quanto tempo ancora avrebbe scorto il “ghigno beffardo” di Ennio, che gagliardamente trovava sempre il modo per farci sorridere con la sua innata ironia e la “battutina” sempre pronta per tutti.
Nessuno immaginava cosa sarebbe accaduto con lo scorrere dei giorni, forse soltanto Dio lo sapeva già, solo che non si era mai scomodato per venircelo a dire con largo anticipo, ed io, che seguivo da lontano le sorti del mio amico domandando di volta in volta le sue condizioni alla moglie, era come se gli stessi accanto per dargli forza e sperare, insieme con tutti gli altri, di rivederlo sorridere spensierato come suo solito, oppure … di poterlo salutare almeno un'ultima volta.
Ecco perché, e qui mi riallaccio a quanto da me affermato in precedenza, la situazione questa volta era ben diversa.
Non si trattava più, infatti, di andare a trovare un caro amico per parlare del più e del meno e magari sorridere assieme delle “gaffe” dei personaggi televisivi più seguiti, ma, io e la mia compagna, gli stavamo andando incontro senza sapere come stesse fisicamente e, soprattutto, mentalmente, ignari di come avrebbe reagito nel rivederci in quella situazione così delicata, cosa avrebbe detto in merito a quest'ultima e se, invece, avrebbe preferito non parlarne affatto.
Eh sì, ero davvero teso e il solo pensiero di rivedere Ennio in quella circostanza mi lasciava profondamente addolorato per quanto stava vivendo, ma anche tremendamente perplesso su come mi sarei dovuto comportare, se scherzare normalmente fingendo che nulla non fosse mai accaduto, oppure se rimanere in balia delle sensazioni “naturali” che provavo in quel particolare momento.
Fatto sta, che a spazzare via tutti quei dubbi ci pensò proprio lui, che da vero signore ci mise subito a nostro agio: era davvero straordinaria, infatti, la tranquillità che riusciva a trasmetterci e nonostante dentro covasse un normale senso di apprensione per quanto gli stava accadendo, all'esterno era sereno e sembrava veramente che stesse in armonia con il mondo e con se stesso.
Fisicamente, invece, lo trovai un poco dimagrito, leggermente sciupato in volto e con le fossette sotto gli zigomi, ma essendo un tipo già di per sé magro, devo dire che non era poi un particolare così evidente.
Insomma, in fin dei conti non sembrava affatto un malato, anzi, era giulivo e irradiava tutt'intorno la sua piacevolissima ironia, accompagnato dal suo solito “ghigno beffardo”, in senso buono s'intende, celato dai suoi folti e immancabili baffi scuri.
“Vorrei cambiare il mio cellulare ...” se n'uscì all'improvviso mentre ci dissetavamo con una bibita fresca poco prima di pranzo.
“Quello che avevi s'è rotto?” gli risposi.
“No, è che sto diventando sordo e questo non lo sento più. Ne vorrei uno con la suoneria alta e l'audio in conversazione più forte ...” mi spiegò mostrandomi il suo cellulare, un modello ormai obsoleto che tra l'altro gli vendetti proprio io qualche anno addietro.
Non ricordo di preciso cosa gli risposi, ma non penso sia importante, perché l'unica cosa da tenere bene in mente era soltanto la sua richiesta: quella volta non potevo ignorarla, vuoi perché Ennio poteva avere veramente bisogno di telefonare senza problemi d'udito, magari proprio durante i suoi periodi in ospedale, vuoi perché poteva essere per lui un modo come un altro per distrarsi e, quindi, “non pensare”, insomma, sentivo più che mai il dovere di soddisfarla senza alcun indugio, soprattutto perché quella, ahimè, poteva essere per me la sua ultima richiesta … l'ultimo favore.
Nel primo pomeriggio, dopo aver pranzato tutti insieme nel salone, rimasi da solo con Ennio a conversare sul divano, mentre gli altri si allontanarono momentaneamente in giardino.
Fu proprio in quel frangente che decise di accennare alla sua situazione, di cosa stava vivendo in quei giorni, confidandomi con aria stanca e alquanto rassegnata: “Sai, ieri ho iniziato la chemioterapia. Ti toglie tutte le forze. Pensa che appena rientrato in casa, non riuscivo nemmeno a salire le scale per andare in camera ...”
“Ma in cosa consiste questa terapia?” gli domandai da perfetto ignorante in materia.
“Sono delle flebo. Circolano nel sangue aggredendo le cellule malate, ma anche quelle sane. Infatti a molti individui possono causare vomito e altri problemi. A me, per fortuna, non ne hanno creato nessuno … a parte la stanchezza.”
Non aggiunse altro e, in tutta onestà, nemmeno io avevo molto di più da chiedergli a riguardo. Dato l'argomento delicato, infatti, non me la sentii di proseguire oltre, magari avrei potuto metterlo in difficoltà con qualche domanda fuori luogo e troppo indiscreta, così, alzandosi a fatica dal divano, mi salutò dirigendosi in camera sua per riposare qualche ora.
In serata, purtroppo, arrivò il momento di salutare tutti e di tornare a casa. Nonostante la situazione non fosse delle più rosee, infatti, eravamo stati veramente bene ed Ennio, che nel frattempo si era alzato già da un po' e chiacchierava in modo animato di politica con la suocera, era riuscito in pieno nel suo intento di non farci risentire minimamente di nulla, gestendo noi e il trascorrere della giornata, come già accennato, da vero “signore” … e pensare che io, al suo posto, non sarei stato in grado d'incontrare nessuno e, forse sbagliando, mi sarei rinchiuso inesorabilmente in me stesso, lasciandomi affogare nel mio dolore … in questo lui, bisogna riconoscerlo, è stato davvero unico.
“Su, coraggio ...” gli accennai stringendogli forte la mano, cercando a modo mio di trasmettergli determinazione per lottare contro il male che lo teneva in ostaggio.
Per un attimo, fissandolo dritto negli occhi, mi domandai se quella poteva essere l'ultima volta che lo avrei incontrato, ma poi mi convinsi che non poteva essere così, che avrei avuto ancora il piacere di stringergli la mano e, magari, fare due chiacchiere con lui. In fondo, a mio modo di vedere, non dava per nulla l'impressione di stare poi così male, almeno osservandolo dall'esterno, e, nonostante avesse iniziato un percorso tutto in salita con la chemioterapia, non mostrava alcun segno di cedimento, era solo un po' affaticato: questo era sinonimo di speranza per tutti, me compreso.
Ma nonostante l'ottimismo sulle sue condizioni di salute, ricordo che durante il tragitto di ritorno mi lasciai trasportare da un profondo senso di malinconia: riuscivo a mala pena a trattenere le lacrime, era più forte di me, ero una pentola a pressione giunta al limite della sopportazione e … alla fine esplosi, insieme alla mia compagna che mi sedeva accanto, in un pianto addolorato.
Cosa potevo fare per alleviare il dolore del mio caro amico? E come lo avrei potuto aiutare in quel momento così difficile?
Vi sembrerà assurdo, ma da buon comune mortale, quindi impotente dinanzi alla sua malattia, a queste domande diedi un'unica e “banale” risposta: esaudire il suo desiderio e trovare quanto prima, come da sua esplicita richiesta, il suo nuovo telefono cellulare ... non potevo fare altro per lui, purtroppo.
Il destino volle, per mia fortuna, che qualche giorno più avanti riuscii a trovare proprio il cellulare con le caratteristiche ricercate da Ennio e, diciamolo, anche qualcosa in più, dato che, essendo lui stesso un appassionato di fotografia, questo cellulare integrava una fotocamera digitale con prestazioni davvero ottime.
Ero molto soddisfatto per aver trovato il cellulare in così breve tempo e, soprattutto, eccitato dall'idea di consegnarlo al mio amico, che ero sicuro gli sarebbe piaciuto moltissimo e ne avrebbe apprezzato le indiscusse qualità.
E' chiaro, comunque, che di fronte al dramma che stava vivendo, il telefono cellulare, in sé per sé, poteva essere considerato cosa di poco conto, se non irrilevante, direi, ma la speranza di poter vedere Ennio sorridere e di renderlo, anche se per un solo istante, felice, mi rincuorava non poco, sollevandomi dalle mie precedenti mancanze nei suoi confronti.
Così, dopo esserci sentiti telefonicamente, fissammo la data del nostro successivo appuntamento a casa sua, che cadeva proprio in prossimità della Festa dei Lavoratori, il primo maggio: per l'esattezza, appunto, ci aveva invitati a cena il sabato sera successivo alla festività appena citata e, con l'occasione, avrei avuto modo di consegnargli il cellulare, spiegandogli nel dettaglio ogni sua singola funzionalità.
Passò circa una settimana, durante la quale non avevamo più avuto modo di sentirci, e giunse finalmente il giorno in cui, nel tardo pomeriggio, mi sarei dovuto incamminare per raggiungerlo intorno all'ora di cena a casa sua.
A metà mattinata dello stesso giorno, come di consuetudine di ogni sabato, mi avviai per andare a trovare mio padre, che abita ad una trentina di chilometri da me, quando d'improvviso, lungo il tragitto, fui raggiunto da una sorta di flash, un “pensiero fuggente” che mi si presentò dinanzi proprio nel momento in cui distrattamente i miei occhi si posarono per qualche frazione di secondo sul mio telefono cellulare, inserito in un apposito sostegno accanto al volante di guida della mia auto: “E se mi chiamasse sua moglie per dirmi che Ennio nel frattempo si è sentito male e stasera non possiamo più incontrarci?”
Ancora oggi non so spiegarmi il perché di quel pensiero improvviso, soprattutto come mai si presentò con qualche ora di anticipo rispetto al nostro incontro e non, magari, come era più facile da immaginare, qualche giorno prima. Fatto sta, che qualche centinaio di metri più avanti, come se quel pensiero, che nel frattempo mi aveva trasmesso un profondo senso di apprensione a riguardo, avesse anticipato ciò che stava per accadere di lì a poco, mi squillò il telefono e … sul display apparve proprio il nome di chi non avrei voluto sentire in quel momento di terrore.
“Purtroppo stasera non possiamo vederci, Ennio stanotte si è sentito male e lo abbiamo dovuto ricoverare nuovamente ... non sta per niente bene.”
Tremavo, tanto ero preoccupato per le condizioni del mio povero amico, e accostai prontamente la macchina in una piazzola lungo la strada. Lei continuò: “Ascolta … il cellulare rivenditelo pure, così recuperi subito i soldi … non penso che a Ennio, arrivati a questo punto, possa più servire ...”
“No, non ti preoccupare per i soldi …” gli risposi quasi d'istinto: “... glielo tengo volentieri da parte in attesa che esca dall'ospedale. E poi che figura ci farei se dopo uscito me lo richiedesse?”
“Va bene, allora tienilo pure, ma stai tranquillo che qualsiasi cosa dovesse accadere, il cellulare lo prenderò comunque io … pensa, ieri mattina Ennio era così impaziente di ridarti i soldi, che era uscito appositamente con la macchina per andare al bancomat a ritirarteli.”
Arrivati a quel punto, ormai, non penso che per lui fosse importante il telefono cellulare in sé per sé, ma di sicuro il fatto che io mi fossi prestato a rimediarglielo anticipandogli, di conseguenza, i soldi, particolare che a me non era pesato minimamente e che a lui, invece, data la sua assoluta correttezza di sempre, gli era rimasto come un vero e proprio impegno da portare a termine senza alcun indugio.
La conferma di quanto ho appena scritto, infatti, ci fu la sera stessa che dovevamo incontrarci, quando notando che sua moglie, andata nel pomeriggio a trovarlo in ospedale, ancora non accennava ad andarsene, gli domandò insospettito: “Ma stasera tu non avevi un impegno?”
Alludeva alla nostra cena, durante la quale io gli avrei consegnato il cellulare e lui, invece, avrebbe “saldato” il suo debito: forse pensava che nonostante si fosse ricoverato in ospedale, la moglie, in compagnia della figlia, si sarebbe comunque presa l'impegno di ospitarci per la cena, come da accordi presi in precedenza, così da ritirare il telefono e consegnarmi il denaro che Ennio il giorno prima era andato a prelevare per l'occasione.
“No, l'ho rimandato.” rispose lei, preoccupata, giustamente, più dalle condizioni del marito, che da altro.
“Mi raccomando, però, quando lo vedi non dimenticarti di ridargli i soldi … li ho lasciati in camera, nel primo cassetto del mio comodino.” concluse, girandosi sul fianco per riposare un pochino.
Ennio fu dimesso qualche giorno più tardi, ma le sue condizioni di salute non facevano sperare a niente di buono, al punto che la moglie mi suggerì, suo malgrado, di non andarlo a trovare in quei giorni, tanta doveva essere la sua sofferenza e, soprattutto, la difficoltà nel ricevere visite.
Capivo perfettamente il momento di difficoltà che stava attraversando la sua famiglia e, nonostante fossi molto dispiaciuto da quanto gli stava accadendo e, non da meno, dal non potergli stare vicino, mi adeguai comunque a quanto suggeritomi, anche se, così facendo, rischiavo fortemente di non rivederlo mai più.
Il “famoso” cellulare, invece, da me ricercato con tanta minuziosità e che ero convinto di consegnargli qualche giorno prima, lo avevo ben riposto nel suo imballo in attesa, chissà, di un improvviso miglioramento di Ennio, e tanta era la mia premura per quel telefono, che cercavo il meno possibile di toccarlo per paura che si rovinasse prima della sperata consegna.
Ma i giorni passavano lenti e, nel frattempo, ricevevo notizie sempre meno confortanti sulle condizioni di salute del mio sfortunato amico, che non accennava minimamente ad un recupero e sembrava, anzi, peggiorare lentamente: aveva quasi del tutto perso sensibilità ai polpastrelli delle mani e respirava a fatica, spesso non riusciva nemmeno più a deglutire e questo, ahimè, poteva soltanto significare che era quasi giunto il preludio del suo ultimo capitolo di vita.
Questo, secondo me, iniziava a sospettarlo anche lui, o forse, chissà, sommerso nella sua profonda riservatezza, lo sospettava già da tempo, magari sin dal momento in cui furono costretti a dirgli del tumore per iniziare i cicli di chemioterapia, solo che fino ad allora non lo aveva mai confidato a nessuno.
Fu così che un “bel” giorno, proprio durante la sua breve permanenza a casa e poco prima di essere nuovamente ricoverato in una clinica specializzata, si fece portare dalla moglie un blocco notes e una penna, come se volesse lasciargli delle disposizioni o, più semplicemente, scrivere qualche appunto.
All'apparenza quel blocco sembrava che lo avesse riconsegnato in bianco e soltanto in modo del tutto fortuito sua sorella, mentre lo sfogliava incuriosita, s'accorse, invece, che proprio nell'ultima pagina, quella più spessa in cartoncino che termina lo stesso, Ennio aveva riportato il suo “ultimo desiderio”, cioè quello di … essere cremato.
VOGLIO ESSERE CREMATO”, questo c'era scritto, in stampatello, nell'ultima pagina di quel blocco, tre parole che unite fra loro non lasciano spazio alla clemenza e, anzi, ci fanno non poco rabbrividire, soprattutto se si pensa che a scriverle è stato un uomo gravemente malato, ma ancora tanto cosciente da intravedere quale sarebbe stata, molto probabilmente, la sua sorte.
Non oso immaginare, infatti, quali pensieri potessero affollare la sua mente in quei momenti, quale mix tra disperazione, paura e sconforto, stava soffocando il suo stato d'animo nell'istante in cui l'inchiostro marcava in modo indelebile su quella pagina … la sua prima resa: quella psicologica.
Povero Ennio, cosa ha dovuto sopportare oltre al peso della sua sofferenza fisica ... lascio a voi ogni commento e riflessione in merito alla vita, che a volte, mi permetto di dire, sa essere proprio meschina.
Venne, così, il 24 maggio 2008, un altro sabato, per l'appunto, e intorno all'ora di pranzo mi trovavo in un ristorante in compagnia di mio padre, il quale, dopo aver concluso la sua ordinazione al cameriere, trovò lo spunto per domandarmi: “Ma Ennio come sta? Hai più avuto notizie su di lui ultimamente?”
Di tanto in tanto, tenevo aggiornato anche mio padre a riguardo di Ennio, che conosceva quest'ultimo da qualche anno ormai, e ricordo bene che quando apprese della sua situazione, rimase profondamente scosso e molto dispiaciuto, tanto da iniziare a chiedermi in modo frequente di lui e, come in quel caso, del suo stato di salute.
“So solo che l'avevano dimesso dall'ospedale qualche giorno fa, ma poi i parenti hanno deciso di ricoverarlo in una clinica a lunga degenza, appositamente organizzata per i malati nelle sue stesse condizioni, dato che a casa, purtroppo, non erano organizzati per fornirgli un'assistenza adeguata e non avrebbero saputo gestire un eventuale emergenza ...”
L'immergermi nuovamente in quei discorsi e il conseguente imbrunire del viso di mio padre, “oscurato” proprio dalle mie parole che lasciavano poco spazio alla speranza, mi avvolse in un fascio di malinconia e pessimismo, che mi portò, nell'istante successivo, a replicare d'istinto a quanto avevo appena esposto: “... chissà se uscirà mai vivo da quella clinica.”
In verità, non avrei voluto concludere in quel modo il mio discorso, ma anch'io, un pò come gli altri che erano coinvolti in quella triste vicenda, avevo perso la speranza di rivedere Ennio uscirne vincitore e sorridente come un tempo: era brutto pensarlo, lo so, ma secondo me non c'era più nulla da fare per lui e, forse, chissà, soltanto la morte poteva strapparlo al calvario che stava subendo da troppo tempo ormai, tre lunghi mesi, per l'appunto, “vissuti” tra continui ricoveri, profonde sofferenze, fisiche e psicologiche, e soprattutto … speranze stroncate dal suo infausto destino.
Nel pomeriggio, dopo aver riaccompagnato a casa mio padre, presi la via del ritorno e giunto nei pressi dove, qualche sabato prima, ricevetti la “fatidica” chiamata della moglie di Ennio, ripensai proprio al telefono cellulare che avrei dovuto dargli il giorno stesso e che, molto probabilmente, non gli avrei più consegnato: ma cosa avrei dovuto farne di quel cellulare? Mi domandai in quel frangente.
Sì, è vero che la moglie mi aveva assicurato di volerlo prendere lei in caso non avesse più potuto il marito, ma in quel momento, vuoi perché avrei voluto che fosse stato direttamente lui a ritirarlo dalle mie mani, vuoi che, in caso, questo avrebbe significato che lui non era più tra noi, beh, a me quella soluzione, sinceramente, non piaceva molto.
Anche il rivenderlo ad un estraneo, comunque, mi dava come l'impressione di essere poco corretto nei suoi confronti, visto che l'avevo rimediato proprio per lui e, di conseguenza, senza il suo consenso, non me la sarei mai sentita di darlo via.
Insomma, oltre al dolore per la situazione drammatica in cui si trovava Ennio e alla non indifferente delusione scaturita dal non avergli più potuto consegnare quel telefono cellulare, evento al quale tenevo in particolar modo, lo sapete bene, a quel punto mi trovavo anche in difficoltà sul da farsi a riguardo di quest'ultimo.
Ma ad un tratto fu come se mi si accese una lampadina in testa e iniziai a convincermi che se da una parte non avevo bisogno di un cellulare nuovo, dall'altra, però, si stava parlando del telefono del mio caro amico Ennio e non di uno qualsiasi: magari, chissà, a lui avrebbe fatto piacere se lo avessi preso io al posto suo, visto che, purtroppo, a lui non era stata concessa questa possibilità.
Mi sembrava davvero la scelta più consona in quel mio momento d'incertezza e, così, non appena rientrato in casa, corsi subito ad aprire quella scatola, che nel frattempo avevo custodito con cura in attesa di notizie confortanti sul suo stato di salute, e cominciai ad estrarne il contenuto.
Proprio nell'istante in cui presi tra le mani quel telefono, sentii una fitta improvvisa attraversarmi il cuore e poi, successivamente, lo stomaco, e, fissandolo quasi con le lacrime agli occhi, accennai con rammarico alla mia compagna: “Certo, però ... Ennio non se l'è goduto per niente questo cellulare ...”
E' chiaro che il mio dispiacere non era rivolto a lui soltanto per quel telefono, ma alla sua vita che stava sfiorendo di giorno in giorno, quella stessa vita che aveva coltivato con tanta premura per 61 anni, e questo perché il suo destino gli stava portando via tutto ciò che di più caro possedeva su questo mondo … la famiglia e i loro affetti, la casa nuova, da poco acquistata e curata nei minimi particolari dalle sue mani ingegnose ... insomma, la sua esistenza … ma forse era giusto dire, che eravamo anche noi che lo stavamo perdendo, “derubati” da questo suo crudele destino.
Un'ora più tardi, intorno alle ore 17.00, come un fulmine a ciel sereno, nel silenzio assordante di quel caldissimo sabato di fine maggio, irruppe proprio lo squillo del “mio” nuovo telefono cellulare, messo in funzione qualche istante prima.
Era sua moglie e quando focalizzai che si trattava proprio di lei, leggendo il suo nome sullo schermo, ebbi come un brutto presentimento, perché immaginai che quella non poteva essere una telefonata qualunque.
Infatti non si rivelò tale: “ … Ennio non c'è più …” mi annunciò la sua voce tremolante, mentre cercava di trattenere a fatica la disperazione.
“Noooooooooooooo!” mi si soffocò in gola, come il boato del crollo di un palazzo.
Qui, però, non si trattava purtroppo del crollo di un palazzo, ma della resa finale del povero Ennio, che non ce l'aveva fatta a resistere oltre a quel brutto male: era finito il suo calvario, ma si era anche spenta per sempre l'ormai esile speranza di rivederlo in piedi e non, invece, disteso sofferente su di un letto d’ospedale.
Eppure, nell'apice di quel dramma, non potevo rimanere indifferente davanti al fatto che lui si era spento nell'istante in cui prendevo possesso del suo cellulare, proprio mentre sussurravo quelle parole, esattamente un'ora prima di quella telefonata.
No, non potevo credere che era stata soltanto una semplice coincidenza, me lo sentivo che, in qualche modo, c'era il suo “zampino” in quell'accaduto: non so spiegarmi come sia stato possibile, ma era stato lui a suggerirmi di tenere quel telefono ed utilizzarlo al posto suo, com'era stato sempre lui prima ad accertarsi che l'avessi effettivamente tenuto e poi … a lasciarsi andare senza quel “peso” nei miei confronti.
Quant'è strana, a volte, la vita. Due amici s’inseguono, uno per consegnare un oggetto e l'altro, invece, per saldarlo il prima possibile, ma non riescono ad incontrarsi e ad entrambi, purtroppo, rimane soltanto il rimorso di non essere riusciti a farlo in tempo, perché il tempo corre troppo veloce e non si ferma per nessuna ragione, come un treno che prosegue indifferente la sua corsa fregandosene di chi non è riuscito a salire: ma lui, a modo suo, riuscì a salire su quel treno … cosa che, invece, non era riuscita a me.
Eppure ad oggi, a più di tre mesi di distanza da quel fatidico giorno, ancora non riesco a capacitarmi della sua scomparsa e quando osservo la sua fotografia, da me appositamente incorniciata in sua memoria e adagiata sulla mia libreria, ogni volta è un “rinnovato” colpo al cuore il rendermi effettivamente conto che lui … non è più tra noi … anche se, com’è riportato sulla sua lapide, rimarrà in eterno nei nostri più cari ricordi:

ANDANDO IN CIELO, SEI ANDATO VIA DALLE NOSTRE VITE, MA NON DAI NOSTRI CUORI.

In memoria del mio caro amico Ennio (5.1.1947 - 24.5.2008)


continua ...


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